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Economia e Mercatigiovedì 25 giugno 2026

L’inflazione PCE vola al 4,1%, ai massimi da tre anni: i mercati prezzano una stretta Fed

L’indice preferito dalla banca centrale americana accelera spinto dall’energia, mentre la probabilità di un rialzo dei tassi entro dicembre supera l’80%.

L’indice dei prezzi delle spese per consumi personali (PCE) negli Stati Uniti ha registrato a maggio un incremento annuo del 4,1%, il dato più elevato dall’aprile 2023. La componente core, depurata da energia e alimentari, è salita al 3,4%, oltre le attese e in accelerazione rispetto al 3,3% di aprile. Il balzo, in linea con le previsioni degli economisti, ha immediatamente rafforzato le scommesse dei mercati su un imminente giro di vite monetario: secondo gli strumenti FedWatch, la probabilità di almeno un rialzo dei tassi entro la fine dell’anno ha superato l’82%, con settembre indicato come il mese più probabile per la prima mossa.

La spinta principale è arrivata dai prezzi dell’energia, saliti a causa del conflitto in Medio Oriente che ha coinvolto l’Iran e minacciato lo Stretto di Hormuz, via di transito per un quinto del petrolio mondiale. I costi della benzina hanno raggiunto picchi vicini a 4,50 dollari al gallone, per poi ridiscendere sotto i 4 dollari dopo la firma di un accordo di pace preliminare e la riapertura delle rotte marittime. Gli analisti di Wall Street ritengono che maggio possa rappresentare il punto di massimo di questa fiammata inflazionistica, poiché il calo del greggio osservato a giugno non è ancora riflesso nei dati. Tuttavia, la persistenza delle pressioni sui prezzi core, alimentate anche dai dazi all’importazione imposti dall’amministrazione Trump, mantiene alta la guardia.

Il nuovo presidente della Federal Reserve, Kevin Warsh, ha ribadito la determinazione a riportare l’inflazione all’obiettivo del 2%, senza però offrire indicazioni precise sui tempi. Le proiezioni trimestrali della banca centrale mostrano che la maggioranza dei membri del FOMC è ora favorevole ad almeno un rialzo dei tassi quest’anno, un’inversione rispetto ai tagli ipotizzati a inizio 2025. Per l’Europa, un dollaro forte e tassi americani in rialzo potrebbero complicare il quadro per la BCE, già alle prese con una crescita fragile, e aumentare la volatilità sui titoli di Stato italiani, tradizionalmente sensibili ai movimenti dei rendimenti globali.

L’impatto sui mercati è stato immediato: l’oro, bene rifugio per eccellenza, ha proseguito la sua discesa sotto la pressione di un biglietto verde in rafforzamento e di rendimenti obbligazionari in salita. Le attese di una politica monetaria più restrittiva riducono l’attrattiva del metallo, che non offre cedole. Diverse case d’investimento internazionali, tra cui JPMorgan e Goldman Sachs, mantengono tuttavia una visione positiva di lungo periodo, con stime che per fine 2026 arrivano fino a 6.300 dollari l’oncia, scommettendo su acquisti delle banche centrali e domanda di sicurezza in uno scenario geopolitico incerto.

Il prossimo appuntamento cruciale saranno i dati PCE di giugno, che potranno confermare o smentire l’ipotesi di un picco inflazionistico. Nel frattempo, la resilienza del mercato del lavoro – con le richieste di sussidi scese a 215 mila – e la tenuta dei consumi, cresciuti dello 0,7% a maggio, offrono alla Fed lo spazio per agire senza timori immediati per la crescita. Gli occhi restano puntati sulla riunione di settembre, quando le nuove proiezioni macroeconomiche potrebbero tradurre in azione il orientamento restrittivo già ampiamente prezzato dai mercati.

Come la stessa storia è raccontata altrove.

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L'inflazione americana ha raggiunto il livello più alto in tre anni, alimentando i timori di una stretta monetaria da parte della Fed e mettendo sotto pressione l'amministrazione Trump in vista delle elezioni di metà mandato. I prezzi al consumo sono saliti del 4,1% a maggio, segnalando una crisi di accessibilità che potrebbe avere pesanti ripercussioni politiche.

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PragmatismoDistacco

I mercati scommettono su tre rialzi dei tassi da parte della Fed quest'anno, dopo che l'inflazione ha toccato il massimo triennale. L'attenzione è rivolta all'impatto sul prezzo dell'oro, che risente direttamente delle prospettive di politica monetaria americana.

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L’inflazione PCE vola al 4,1%, ai massimi da tre anni: i mercati prezzano una stretta Fed

L’indice preferito dalla banca centrale americana accelera spinto dall’energia, mentre la probabilità di un rialzo dei tassi entro dicembre supera l’80%.

L’indice dei prezzi delle spese per consumi personali (PCE) negli Stati Uniti ha registrato a maggio un incremento annuo del 4,1%, il dato più elevato dall’aprile 2023. La componente core, depurata da energia e alimentari, è salita al 3,4%, oltre le attese e in accelerazione rispetto al 3,3% di aprile. Il balzo, in linea con le previsioni degli economisti, ha immediatamente rafforzato le scommesse dei mercati su un imminente giro di vite monetario: secondo gli strumenti FedWatch, la probabilità di almeno un rialzo dei tassi entro la fine dell’anno ha superato l’82%, con settembre indicato come il mese più probabile per la prima mossa.

La spinta principale è arrivata dai prezzi dell’energia, saliti a causa del conflitto in Medio Oriente che ha coinvolto l’Iran e minacciato lo Stretto di Hormuz, via di transito per un quinto del petrolio mondiale. I costi della benzina hanno raggiunto picchi vicini a 4,50 dollari al gallone, per poi ridiscendere sotto i 4 dollari dopo la firma di un accordo di pace preliminare e la riapertura delle rotte marittime. Gli analisti di Wall Street ritengono che maggio possa rappresentare il punto di massimo di questa fiammata inflazionistica, poiché il calo del greggio osservato a giugno non è ancora riflesso nei dati. Tuttavia, la persistenza delle pressioni sui prezzi core, alimentate anche dai dazi all’importazione imposti dall’amministrazione Trump, mantiene alta la guardia.

Il nuovo presidente della Federal Reserve, Kevin Warsh, ha ribadito la determinazione a riportare l’inflazione all’obiettivo del 2%, senza però offrire indicazioni precise sui tempi. Le proiezioni trimestrali della banca centrale mostrano che la maggioranza dei membri del FOMC è ora favorevole ad almeno un rialzo dei tassi quest’anno, un’inversione rispetto ai tagli ipotizzati a inizio 2025. Per l’Europa, un dollaro forte e tassi americani in rialzo potrebbero complicare il quadro per la BCE, già alle prese con una crescita fragile, e aumentare la volatilità sui titoli di Stato italiani, tradizionalmente sensibili ai movimenti dei rendimenti globali.

L’impatto sui mercati è stato immediato: l’oro, bene rifugio per eccellenza, ha proseguito la sua discesa sotto la pressione di un biglietto verde in rafforzamento e di rendimenti obbligazionari in salita. Le attese di una politica monetaria più restrittiva riducono l’attrattiva del metallo, che non offre cedole. Diverse case d’investimento internazionali, tra cui JPMorgan e Goldman Sachs, mantengono tuttavia una visione positiva di lungo periodo, con stime che per fine 2026 arrivano fino a 6.300 dollari l’oncia, scommettendo su acquisti delle banche centrali e domanda di sicurezza in uno scenario geopolitico incerto.

Il prossimo appuntamento cruciale saranno i dati PCE di giugno, che potranno confermare o smentire l’ipotesi di un picco inflazionistico. Nel frattempo, la resilienza del mercato del lavoro – con le richieste di sussidi scese a 215 mila – e la tenuta dei consumi, cresciuti dello 0,7% a maggio, offrono alla Fed lo spazio per agire senza timori immediati per la crescita. Gli occhi restano puntati sulla riunione di settembre, quando le nuove proiezioni macroeconomiche potrebbero tradurre in azione il orientamento restrittivo già ampiamente prezzato dai mercati.

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L'inflazione americana ha raggiunto il livello più alto in tre anni, alimentando i timori di una stretta monetaria da parte della Fed e mettendo sotto pressione l'amministrazione Trump in vista delle elezioni di metà mandato. I prezzi al consumo sono saliti del 4,1% a maggio, segnalando una crisi di accessibilità che potrebbe avere pesanti ripercussioni politiche.

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I mercati scommettono su tre rialzi dei tassi da parte della Fed quest'anno, dopo che l'inflazione ha toccato il massimo triennale. L'attenzione è rivolta all'impatto sul prezzo dell'oro, che risente direttamente delle prospettive di politica monetaria americana.

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