
L’Australia cita Amazon per le clausole vessatorie su Prime Video, mentre le piattaforme globali rivedono prezzi e accessibilità
Il contenzioso australiano si inserisce in un quadro di tensioni regolatorie e commerciali che coinvolgono lo streaming, la mobilità e il credito digitale.
L’autorità australiana per la concorrenza e la tutela dei consumatori (ACCC) ha avviato un procedimento contro Amazon AU presso la Corte Federale, accusando la società di aver introdotto clausole contrattuali vessatorie nei contratti di abbonamento annuale a Prime. Secondo l’ACCC, tali clausole avrebbero permesso ad Amazon di inserire pubblicità nel servizio di streaming Prime Video a partire dal luglio 2024, costringendo oltre un milione di abbonati a pagare ulteriori 2,99 dollari australiani al mese per mantenere la visione senza interruzioni pubblicitarie, nonostante avessero già versato 79 dollari in anticipo per l’anno. L’azione legale, che coinvolge anche la casa madre statunitense Amazon.com Services per il suo ruolo nella stesura dei contratti, mira a ottenere sanzioni, risarcimenti per i consumatori e la dichiarazione di nullità delle clausole incriminate.
La mossa dell’ACCC si colloca in un momento di ridefinizione globale delle strategie di prezzo dei servizi in abbonamento. In Brasile, Disney+ ha aumentato i canoni fino al 7%, portando il piano premium a 69,90 reais, mentre in altri mercati Amazon stessa ha lanciato promozioni aggressive: negli Stati Uniti, in vista del Prime Day, l’accesso ad Apple TV+ tramite Prime Video è stato scontato a 5,99 dollari al mese per i primi due mesi, meno della metà del prezzo standard. Secondo gli analisti di Bruxelles, queste manovre riflettono una fase di consolidamento in cui le piattaforme cercano di massimizzare i ricavi per utente, alternando rialzi selettivi a offerte promozionali per fidelizzare nuovi abbonati, in un contesto di concorrenza sempre più intensa.
Sul fronte della mobilità, in Australia si è aperto un altro fronte di tensione tra piattaforme e utenti vulnerabili. Uber ha difeso l’introduzione di un sovrapprezzo di 5 dollari per il servizio Assist, pensato per persone con disabilità, anziani e donne in gravidanza, sostenendo che la tariffa aggiuntiva – interamente destinata agli autisti – ha già migliorato l’affidabilità e ridotto i tempi di attesa. Le associazioni per i diritti dei disabili, tuttavia, denunciano una “tassa sulla disabilità” che aggrava le barriere esistenti, anche alla luce di una causa per discriminazione conclusa in via stragiudiziale lo scorso anno, nella quale Uber si è impegnata a rivedere le proprie operazioni australiane entro il 2028. La vicenda evidenzia come la tensione tra sostenibilità economica dei servizi e obblighi di accessibilità sia destinata a intensificarsi, con possibili ripercussioni anche nel quadro normativo europeo, dove il futuro European Accessibility Act imporrà standard più stringenti.
In Svezia, infine, la società di credito digitale Klarna ha accolto con favore una nuova e più severa legge sul credito al consumo, definendola una “differenza drastica” rispetto al passato. Sebbene i dettagli della normativa non siano stati resi noti, la posizione di Klarna segnala, secondo gli osservatori nordici, un riposizionamento strategico degli operatori fintech verso una maggiore collaborazione con i regolatori, in un momento in cui il settore è sotto esame per i rischi di sovraindebitamento. Il dossier australiano su Amazon è ora all’esame della Corte Federale, mentre l’ACCC prosegue le indagini su altre possibili clausole abusive nei contratti digitali.
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Le autorità australiane per la tutela dei consumatori hanno avviato un'azione legale contro Amazon, accusando il colosso tecnologico di imporre clausole contrattuali sleali a oltre un milione di abbonati Prime. La causa sostiene che Amazon abbia introdotto pubblicità in modo unilaterale e costretto i clienti a pagare un extra per mantenere l'esperienza senza annunci, senza offrire alcun rimedio. Il caso evidenzia il crescente controllo normativo sul potere delle piattaforme digitali nei confronti dei consumatori.
La stampa indiana riferisce della causa intentata dall'autorità australiana per la concorrenza contro Amazon per gli annunci su Prime Video, presentando il caso come una semplice controversia commerciale. La copertura si concentra sulle accuse legali e sul numero di abbonati coinvolti, senza prendere una posizione netta. La vicenda è trattata come uno sviluppo normativo internazionale con possibili implicazioni per i mercati dello streaming.
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