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Iraq smentisce l'uscita dall'OPEC, ma condiziona la permanenza all'aumento della quota

Baghdad nega piani immediati di abbandono, ma la crisi finanziaria causata dalla guerra in Iran rende indispensabile un incremento della produzione petrolifera.

Il ministero del Petrolio iracheno ha smentito le indiscrezioni su un’imminente uscita dall’OPEC, precisando che al momento non esiste alcuna intenzione di abbandonare l’organizzazione. Tuttavia, il portavoce Salim al-Riqabi ha legato la permanenza di Baghdad a un incremento significativo della quota produttiva, affermando che in assenza di un adeguamento il paese «dovrà prendere una decisione». La dichiarazione ha temporaneamente compresso le quotazioni del greggio sotto i 73 dollari al barile, prima di un parziale recupero.

La pressione irachena affonda le radici in una crisi finanziaria acuita dal conflitto in Iran, che ha di fatto paralizzato le esportazioni attraverso lo Stretto di Hormuz. Secondo fonti vicine al governo di Baghdad, la produzione è scesa a circa 1,48 milioni di barili al giorno a maggio, ben al di sotto della quota OPEC di 4,378 milioni e dei quasi 4,2 milioni registrati a febbraio. Il paese, secondo produttore del cartello e membro fondatore, dipende dal petrolio per la quasi totalità delle entrate statali e punta a ripristinare la piena capacità esportativa, con l’obiettivo dichiarato di raggiungere 7 milioni di barili al giorno nei prossimi anni.

L’eventuale abbandono rappresenterebbe un colpo severo per l’OPEC, già indebolita dall’uscita degli Emirati Arabi Uniti lo scorso maggio. Analisti del Golfo osservano che la posizione irachena, pur formalmente conciliante, introduce un elemento di negoziazione dura in un momento delicato: l’OPEC+ sta infatti rivedendo le capacità produttive dei membri in vista della definizione dei livelli di riferimento per il 2027. Un aumento della quota irachena, seppur contenuto, potrebbe essere accolto con favore da Mosca – secondo una fonte del settore petrolifero russo – senza minare l’accordo complessivo.

Per l’Italia e l’Europa, la stabilità del cartello resta un fattore rilevante per la prevedibilità dei prezzi energetici, in una fase già segnata da interruzioni nelle rotte mediorientali. Gli osservatori europei sottolineano che la richiesta irachena, se accolta, potrebbe allentare parzialmente la tensione sull’offerta globale, ma il rischio di una frammentazione dell’OPEC+ introdurrebbe nuova volatilità. Il prossimo banco di prova sarà la revisione delle quote in seno all’OPEC+, da cui dipenderà la tenuta dell’impegno iracheno.

Come la stessa storia è raccontata altrove.

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Fonti irachene hanno ventilato l'ipotesi di un'uscita dall'OPEC se le quote di produzione non saranno aumentate, adducendo una grave crisi finanziaria legata al conflitto in Iran. Il ministero del Petrolio ha però subito smentito, dichiarando che al momento non ci sono piani di abbandono e ribadendo l'impegno verso l'organizzazione. I messaggi contrastanti vengono interpretati come una tattica negoziale per ottenere una quota più ampia.

Stampa atlantica / anglosfera/ Economica
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L'Iraq ha minacciato di lasciare l'OPEC se non otterrà un aumento significativo della quota di produzione, una mossa che infliggerebbe un ulteriore colpo al cartello dopo l'uscita degli Emirati Arabi Uniti. Poche ore dopo, il ministero del Petrolio ha fatto marcia indietro, affermando che non è in programma alcuna uscita, ma l'episodio evidenzia le crescenti tensioni interne. La minaccia è considerata una leva negoziale in un momento di gravi difficoltà finanziarie per Bagdad.

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giovedì 25 giugno 2026

Iraq smentisce l'uscita dall'OPEC, ma condiziona la permanenza all'aumento della quota

Baghdad nega piani immediati di abbandono, ma la crisi finanziaria causata dalla guerra in Iran rende indispensabile un incremento della produzione petrolifera.

Il ministero del Petrolio iracheno ha smentito le indiscrezioni su un’imminente uscita dall’OPEC, precisando che al momento non esiste alcuna intenzione di abbandonare l’organizzazione. Tuttavia, il portavoce Salim al-Riqabi ha legato la permanenza di Baghdad a un incremento significativo della quota produttiva, affermando che in assenza di un adeguamento il paese «dovrà prendere una decisione». La dichiarazione ha temporaneamente compresso le quotazioni del greggio sotto i 73 dollari al barile, prima di un parziale recupero.

La pressione irachena affonda le radici in una crisi finanziaria acuita dal conflitto in Iran, che ha di fatto paralizzato le esportazioni attraverso lo Stretto di Hormuz. Secondo fonti vicine al governo di Baghdad, la produzione è scesa a circa 1,48 milioni di barili al giorno a maggio, ben al di sotto della quota OPEC di 4,378 milioni e dei quasi 4,2 milioni registrati a febbraio. Il paese, secondo produttore del cartello e membro fondatore, dipende dal petrolio per la quasi totalità delle entrate statali e punta a ripristinare la piena capacità esportativa, con l’obiettivo dichiarato di raggiungere 7 milioni di barili al giorno nei prossimi anni.

L’eventuale abbandono rappresenterebbe un colpo severo per l’OPEC, già indebolita dall’uscita degli Emirati Arabi Uniti lo scorso maggio. Analisti del Golfo osservano che la posizione irachena, pur formalmente conciliante, introduce un elemento di negoziazione dura in un momento delicato: l’OPEC+ sta infatti rivedendo le capacità produttive dei membri in vista della definizione dei livelli di riferimento per il 2027. Un aumento della quota irachena, seppur contenuto, potrebbe essere accolto con favore da Mosca – secondo una fonte del settore petrolifero russo – senza minare l’accordo complessivo.

Per l’Italia e l’Europa, la stabilità del cartello resta un fattore rilevante per la prevedibilità dei prezzi energetici, in una fase già segnata da interruzioni nelle rotte mediorientali. Gli osservatori europei sottolineano che la richiesta irachena, se accolta, potrebbe allentare parzialmente la tensione sull’offerta globale, ma il rischio di una frammentazione dell’OPEC+ introdurrebbe nuova volatilità. Il prossimo banco di prova sarà la revisione delle quote in seno all’OPEC+, da cui dipenderà la tenuta dell’impegno iracheno.

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Fonti irachene hanno ventilato l'ipotesi di un'uscita dall'OPEC se le quote di produzione non saranno aumentate, adducendo una grave crisi finanziaria legata al conflitto in Iran. Il ministero del Petrolio ha però subito smentito, dichiarando che al momento non ci sono piani di abbandono e ribadendo l'impegno verso l'organizzazione. I messaggi contrastanti vengono interpretati come una tattica negoziale per ottenere una quota più ampia.

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L'Iraq ha minacciato di lasciare l'OPEC se non otterrà un aumento significativo della quota di produzione, una mossa che infliggerebbe un ulteriore colpo al cartello dopo l'uscita degli Emirati Arabi Uniti. Poche ore dopo, il ministero del Petrolio ha fatto marcia indietro, affermando che non è in programma alcuna uscita, ma l'episodio evidenzia le crescenti tensioni interne. La minaccia è considerata una leva negoziale in un momento di gravi difficoltà finanziarie per Bagdad.

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