
Stretto di Hormuz, il petrolio torna a scorrere ma la normalità è un miraggio
Washington rivendica 20 milioni di barili in 24 ore, ma i dati sul traffico reale e le mine rallentano il ritorno ai livelli pre-conflitto.
La riapertura dello Stretto di Hormuz, sancita da un memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran, ha rimesso in moto le petroliere ferme da mesi, ma il quadro resta frammentato. Il segretario all’Energia americano Chris Wright ha dichiarato che in una sola giornata 72 navi hanno trasportato 20 milioni di barili di greggio attraverso il varco strategico, un volume pari a un quinto dei consumi mondiali e paragonabile ai flussi precedenti la guerra. Eppure i dati dei tracciamenti marittimi raccontano una realtà più intermittente: lunedì 38 transiti di merci, martedì 25, mercoledì 17, con una media di 22 passaggi al giorno dal 15 giugno, ben lontana dai 120 quotidiani del periodo di pace.
La discordanza si spiega con un ambiente operativo che gli assicuratori descrivono come «valutazione del rischio ora per ora». Dopo l’annuncio dell’intesa, Teheran ha dichiarato chiuso lo stretto per via dei raid israeliani in Libano, per poi tornare sui propri passi. Le navi evitano il canale principale, disseminato di mine, e scelgono rotte costiere sotto scorta militare: una vicino all’Oman in uscita, l’altra in acque iraniane per il traffico bidirezionale. Il risultato è un flusso ridotto nel numero di unità ma compensato da petroliere di stazza maggiore, che mantengono i volumi complessivi su livelli accettabili senza però dissipare l’incertezza.
Sul fronte economico, la percezione di una ritrovata fluidità ha già prodotto effetti tangibili. I prezzi del greggio sono scesi sotto i 70 dollari al barile, toccando i minimi da prima del conflitto, e i premi per il rischio geopolitico si sono ridotti. Per l’Italia e l’Europa, importatrici nette di energia, il raffreddamento delle quotazioni rappresenta un sollievo potenziale per la bilancia commerciale e per la dinamica dell’inflazione, anche se gli analisti di Bruxelles avvertono che la volatilità resta elevata. Washington ha concesso a Teheran una sospensione temporanea delle sanzioni sulle vendite di petrolio fino al 21 agosto, mossa che ha permesso a diverse petroliere iraniane di lasciare il Golfo con circa 21 milioni di barili a giugno.
La cautela domina tra gli armatori e le organizzazioni internazionali. BIMCO, la più grande associazione mondiale di shipowner, giudica il memorandum «privo di informazioni sufficienti su rotte sicure, procedure di scorta e risposta alle emergenze». L’Organizzazione marittima internazionale ha nel frattempo attivato un piano di evacuazione per oltre 11mila marittimi ancora bloccati nel Golfo Persico, con il sostegno di Iran, Oman e Stati Uniti. Il capo dell’IMO Arsenio Dominguez spera di far uscire presto una cinquantina di navi al giorno attraverso i corridoi appena approvati.
La vera normalizzazione resta subordinata alla bonifica delle mine, un’operazione che lo stesso segretario Wright stima in «alcune settimane». Fino ad allora, il traffico continuerà a singhiozzo, con la minaccia di nuove chiusure unilaterali da parte iraniana e la scommessa americana di aver tolto a Teheran la sua arma di pressione principale. Il prossimo banco di prova sarà la scadenza del 21 agosto, quando la finestra di tolleranza sulle sanzioni si chiuderà, e con essa la verifica della tenuta di un equilibrio ancora fragilissimo.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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Gli Stati Uniti hanno imposto la riapertura dello Stretto di Hormuz, con 20 milioni di barili di petrolio transitati in un solo giorno sotto la protezione militare americana. I prezzi del greggio sono scesi sotto i 70 dollari e le speranze dell'Iran di sfruttare la via d'acqua per le proprie esportazioni stanno svanendo. La narrazione è quella di una vittoria decisiva degli USA che ripristina i flussi energetici globali.
Sotto le garanzie di sicurezza statunitensi, lo Stretto di Hormuz sta tornando ai livelli di traffico prebellici, con 20 milioni di barili movimentati al giorno. Washington ha chiarito che anche senza un accordo permanente manterrà aperto il passaggio, privando l'Iran della capacità di tenere in ostaggio le forniture energetiche mondiali. La regione può contare sulla potenza americana per garantire la stabilità.
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