
Iran, l’inflazione vola all’88,6% e il cibo diventa un lusso: la guerra aggrava il tracollo
L’impennata dei prezzi, con punte del 278% per oli e grassi, si abbatte su una popolazione già provata da tre mesi di conflitto, sanzioni e un blocco navale che ha causato danni per 270 miliardi di dollari.
Il dato che ridisegna la crisi iraniana è un’inflazione punto a punto balzata all’88,6% nel mese di Khordad (22 maggio – 21 giugno), con i soli generi alimentari che registrano un aumento del 135% su base annua. Nelle aree rurali l’indice generale supera il 108%, mentre per la prima volta i decili più poveri della popolazione sperimentano un’inflazione a tre cifre. Secondo i dati ufficiali diffusi dal Centro statistico di Teheran, il prezzo di pane e cereali è cresciuto del 138,8%, quello di latte, formaggi e uova del 151,9%, e la carne rossa e il pollame hanno subito un’impennata del 178,2%. Oli e grassi, con un +278,4%, rappresentano la voce più colpita. La stampa economica locale calcola che una famiglia di quattro persone, senza considerare i sussidi, destini ormai il 77% del proprio reddito alla sola spesa alimentare.
La dinamica è l’esito di un’economia strangolata da anni di iperinflazione cronica e dal crollo del rial, ma la guerra lampo con Stati Uniti e Israele ha inferto un colpo quasi terminale. I bombardamenti di marzo e aprile su reti energetiche, acciaierie, impianti petrolchimici, porti e corridoi di trasporto, seguiti da un blocco navale di due mesi, hanno prodotto danni stimati in 270 miliardi di dollari – una cifra paragonabile alle perdite dell’intero conflitto con l’Iraq negli anni Ottanta. A questo si somma una massa monetaria fuori controllo: la liquidità è cresciuta di oltre il 53% raggiungendo i 16.000 trilioni di toman, mentre il debito pubblico verso il sistema bancario è aumentato del 42%. Il governo, per coprire un deficit di bilancio aggravato dal mancato export petrolifero, ha costretto la banca centrale a stampare moneta senza adeguate riserve, alimentando la spirale inflattiva. Il Fondo monetario internazionale, già tre mesi fa, collocava l’Iran subito dopo Venezuela e Sudan per inflazione annua, con una previsione vicina al 70% per quest’anno.
Sul fronte interno, l’amministrazione del presidente Pezeshkian – eletto con la promessa di domare il carovita – si trova a gestire una pressione sociale crescente. Il prezzo del pane, bene politicamente sensibile, è stato ufficialmente aumentato a partire dal 6 tir, mentre il governo ha promesso di rafforzare i sussidi elettronici (kala-berg) per compensare l’aumento dei beni di prima necessità. Il ministro dell’Economia ha assicurato che le risorse arriveranno dallo sblocco di fondi petroliferi congelati e da un possibile allentamento delle sanzioni, ma le coperture restano incerte. Il divario tra ricchi e poveri si allarga: il tasso d’inflazione annuo per il decile più benestante è del 60,1%, mentre per il secondo decile raggiunge il 68,5%, e in undici province, tra cui Kurdistan, Mazandaran e Hormozgan, l’inflazione punto a punto è già a tre cifre.
Con un cessate il fuoco fragile e i negoziati in corso in Svizzera, la partita si gioca sulla possibilità che la rovina economica induca concessioni politiche. Teheran spera che un accordo possa riaprire i flussi petroliferi e allentare la morsa sul bilancio. Ma il tessuto sociale è logoro: le proteste di dicembre contro il costo della vita, poi allargatesi a rivendicazioni politiche, e la diffusione rapidissima di nuove droghe sintetiche – con 3,8 milioni di tossicodipendenti censiti – segnalano un malessere profondo. Le prossime settimane, con l’entrata in vigore delle nuove tariffe del pane e l’eventuale erogazione dei sussidi promessi, misureranno la capacità dello Stato di contenere il disagio in attesa di un’intesa diplomatica.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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I media del regime iraniano minimizzano la crisi inflazionistica, attribuendola a sanzioni esterne e guerra, mentre sottolineano gli sforzi del governo per stabilizzare i prezzi. Evitano di incolpare la cattiva gestione interna e invece evidenziano la resilienza della nazione. La narrazione è di vittimismo e perseveranza.
I media occidentali inquadrano l'inflazione come conseguenza diretta della cattiva gestione economica del regime iraniano, della corruzione e dell'eccessiva stampa di moneta. Evidenziano la sofferenza degli iraniani comuni e criticano le priorità del governo, come il finanziamento di guerre per procura. Il tono è accusatorio e urgente.
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