
Dati a scuola, tra promesse di equità e l’incubo della fuga di notizie
Dall’Indonesia all’Argentina, la digitalizzazione dell’istruzione promette di non lasciare indietro nessuno, ma la recente fuga di dati a Batam ricorda che ogni numero è un volto.
Tutto comincia con un post anonimo in un forum digitale. Qualcuno sostiene di avere i dati di 1.495 studenti che si sono appena iscritti alle scuole superiori di Batam, in Indonesia, e li sta diffondendo. È il 3 luglio 2026, e in poche ore la notizia rimbalza fino agli uffici della Badan Siber dan Sandi Negara, l’agenzia nazionale per la cybersicurezza. Parte un’indagine forense, si installano sistemi di rilevamento delle intrusioni, si cerca l’indirizzo IP del colpevole. Ma quel file, ormai, è là fuori: nomi, indirizzi, forse voti, forse condizioni economiche. Un’istantanea della fragilità che abita ogni grande progetto di digitalizzazione.
Eppure, proprio in quelle stesse ore, il governo di Giacarta sta annunciando con orgoglio i numeri del suo Programma di Digitalisasi Pembelajaran: 288.865 scuole hanno ricevuto lavagne interattive, 8.265 sono state connesse a Internet, altre 16.557 lo saranno entro il 2026. Il 99,5 per cento degli studenti, dicono i sondaggi ufficiali, trova le lezioni molto più coinvolgenti. L’obiettivo è nobile: portare la stessa qualità di insegnamento nei villaggi remoti delle regioni 3T – Terdepan, Terluar, Tertinggal – e nelle isole dove finora la corrente elettrica arrivava a singhiozzo. In Argentina, intanto, si fa strada un’idea complementare: i dati, se letti con sguardo pedagogico, possono rendere visibile ogni studente. Misurare la fluidità di lettura di un bambino di sette anni non serve a stilare classifiche, ma a intervenire prima che una difficoltà diventi una voragine. In Bangladesh, una ricerca congiunta dell’Università di Cambridge e del BRAC Institute of Governance and Development ha dimostrato che un modello di scuola inclusiva – bambini con disabilità in classe con tutti gli altri – ha aumentato la partecipazione del 15 per cento e ridotto il bullismo dell’8 per cento. Numeri che raccontano volti, non solo percentuali.
Ma la stessa tecnologia che promette equità può diventare una trappola. A Batam, il sospetto di una falla nel sistema di iscrizione online getta un’ombra sulla fiducia delle famiglie. Nel mondo islamico, intanto, si leva un richiamo antico: il principio di Hifz al-‘Aql, la preservazione dell’intelletto, oggi significa anche proteggere la mente dalle menzogne digitali, dai deepfake, dalle bolle algoritmiche che ci rinchiudono in camere dell’eco. In Indonesia, un’inchiesta giornalistica denuncia che il 23 per cento delle scuole resta ancora senza connessione, e che 3,9 milioni di bambini in età scolare sono fuori da qualsiasi aula – un dato che nessuna lavagna interattiva può correggere da sola. In Quebec, gli insegnanti lanciano un grido d’allarme: le classi regolari non bastano più per gli alunni con disturbi dell’apprendimento, servono scuole specializzate dove esperti lavorino in sinergia, perché la “corte è piena” e le risorse sono scarse.
La tensione è la stessa, da Dacca a Buenos Aires, da Batam a Montreal: i dati possono ampliare lo sguardo o ridurlo a una sequenza di cifre. Possono svelare che una bambina con disabilità, se sostenuta, impara meglio in una classe comune, oppure possono finire in un forum clandestino, esponendo la sua famiglia. La via d’uscita, suggeriscono gli osservatori, non è rifiutare la misurazione, ma accompagnarla con una formazione critica. In Indonesia, 33.156 insegnanti sono già stati formati all’uso delle nuove tecnologie; in Argentina si insiste perché ogni scuola impari a interrogare i dati, non solo a raccoglierli. E a Batam, mentre i tecnici setacciano i log del server, un funzionario ripete che bisogna “rafforzare la resilienza dei sistemi di servizio pubblico”.
Forse l’immagine più eloquente arriva da un’aula del Bangladesh, dove un bambino che prima subiva scherni ora siede accanto ai compagni e segue la lezione. Intorno a lui, nessun sensore, nessun algoritmo: solo un edificio con rampe e insegnanti formati. È il dato che si fa carne, la statistica che torna a essere storia. E mentre a Giacarta si pianifica la prossima fornitura di dispositivi, resta aperta la domanda: sapremo guardare ogni numero come si guarda un figlio?
Come la stessa storia è raccontata altrove.
2 gruppi editoriali · 4 lingue
Il sistema educativo keniota ha a lungo sfornato laureati con ottimi voti ma privi di competenze pratiche come il lavoro di squadra e l'alfabetizzazione digitale. Il curriculum basato sulle competenze mira a colmare questo divario, ma resta lo scetticismo sulla sua capacità di produrre una forza lavoro pronta per il mercato. Il dibattito riflette una più ampia resa dei conti africana con la rilevanza dell'istruzione per il mondo del lavoro.
L'Indonesia sta accelerando per connettere le scuole a Internet, con l'obiettivo di oltre 16.000 istituti entro il 2026 nell'ambito di un'iniziativa nazionale di apprendimento digitale. Il programma ha già raggiunto centinaia di migliaia di scuole, comprese quelle in regioni remote e svantaggiate, per garantire a tutti gli studenti l'accesso agli strumenti digitali. Tuttavia, la sfida di milioni di bambini esclusi dalla scuola sottolinea che la sola connettività potrebbe non bastare.
Allarga lo sguardo
Il nuovo Air Force One regalato dal Qatar infiamma il dibattito etico a Washington
10 lingue · 26 testate
Da Economy & MarketsL’onda cinese travolge i mercati: BYD insidia Tesla, l’Europa trema, l’Italia cresce drogata dagli incentivi
3 lingue · 13 testate
Da TechnologyL’India ferma i nickname su WhatsApp: la paura delle frodi blocca la privacy
4 lingue · 16 testate