
Il Senato USA vota per fermare la guerra in Iran: una sfida bipartisan a Trump
La risoluzione, simbolica ma senza precedenti, ordina il ritiro delle forze armate senza autorizzazione del Congresso, mentre i negoziati procedono e il petrolio scende.
Il Senato degli Stati Uniti ha approvato martedì, con 50 voti favorevoli e 48 contrari, una risoluzione sui poteri di guerra che impone al presidente Donald Trump di cessare le operazioni militari contro l’Iran, a meno che il Congresso non conceda un’autorizzazione esplicita. Il voto, che segue l’analoga decisione della Camera dei rappresentanti di inizio mese, segna la prima volta dal 1973 in cui entrambi i rami del Parlamento adottano una misura congiunta per porre fine a un conflitto in corso. Quattro senatori repubblicani – Rand Paul, Susan Collins, Lisa Murkowski e Bill Cassidy – si sono uniti ai democratici, mentre l’assenza di Mitch McConnell e Dave McCormick ha reso possibile il risultato. Trump ha reagito con durezza, definendo il voto «mal programmato e privo di significato» e accusando i senatori dissidenti di aver «offerto aiuto e conforto al nemico».
La Casa Bianca sostiene che la risoluzione, in quanto «concorrente», non ha forza di legge e non richiede la firma presidenziale; inoltre, secondo l’amministrazione, le ostilità sono cessate con il cessate il fuoco del 7 aprile, rendendo superflua qualsiasi direttiva di ritiro. I democratici, guidati dal leader della minoranza Chuck Schumer, ribattono che la guerra – iniziata il 28 febbraio con attacchi statunitensi e israeliani – è stata condotta senza mandato del Congresso, violando la Costituzione e la legge sui poteri di guerra che impone un’autorizzazione entro sessanta giorni. Schumer ha parlato di «errore storico» e di costi economici insostenibili per le famiglie americane. Dal canto suo, Teheran, attraverso il portavoce del ministero degli Esteri Esmail Baghaei, ha respinto le affermazioni di Trump secondo cui i fondi iraniani scongelati saranno utilizzati esclusivamente per acquistare prodotti agricoli statunitensi e che il paese avrebbe accettato ispezioni nucleari illimitate. Baghaei ha precisato che l’Iran utilizzerà le risorse «liberamente» e che non sono previste ispezioni dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica nei siti danneggiati dai bombardamenti.
La risoluzione apre un contenzioso costituzionale di portata incerta. Secondo esperti legali citati da fonti statunitensi, il ramo esecutivo potrebbe ignorare la misura appellandosi alla separazione dei poteri, e non è chiaro chi avrebbe la legittimazione processuale per imporne il rispetto. La Corte Suprema, in una sentenza del 1983, ha stabilito che una risoluzione congiunta deve essere sottoposta al presidente per avere effetto vincolante, ma il Congresso non ha mai prima d’ora attivato questo meccanismo per fermare un conflitto. Sul piano economico, il voto giunge mentre il prezzo del petrolio Brent è sceso sotto i 77 dollari al barile, ai minimi da inizio marzo, grazie alla progressiva riapertura dello Stretto di Hormuz e alla licenza temporanea concessa dal Tesoro americano per la vendita di greggio iraniano. Per l’Europa e l’Italia, che dipendono in misura significativa dalle importazioni energetiche, il calo delle quotazioni rappresenta un sollievo dopo mesi di rincari alla pompa e tensioni inflazionistiche. Il Pentagono ha intanto presentato al Congresso una richiesta di finanziamento supplementare di circa 80 miliardi di dollari, in gran parte destinata a coprire i costi del conflitto e a ricostituire le scorte di munizioni.
Il voto del Senato si inserisce in un quadro diplomatico in rapida evoluzione. Stati Uniti e Iran hanno firmato la scorsa settimana un memorandum d’intesa che avvia una tregua di sessanta giorni e impegna le parti a negoziare un accordo definitivo sul programma nucleare, sulle sanzioni e sulla gestione dello Stretto di Hormuz. Il segretario di Stato Marco Rubio è in missione negli Emirati Arabi Uniti e in altri paesi del Golfo per rassicurare gli alleati regionali, mentre il vicepresidente J.D. Vance ha condotto colloqui in Svizzera. Permangono tuttavia divergenze sostanziali: l’Iran esclude qualsiasi discussione sul proprio programma missilistico e contesta la narrazione americana sulle ispezioni. In Libano, nonostante la tregua, Israele ha condotto nuovi raid, e Hezbollah ha denunciato violazioni. Sul fronte interno statunitense, i sondaggi indicano che solo un americano su quattro ritiene che la guerra sia valsa i costi sostenuti, e la fronda repubblicana riflette il timore di ripercussioni elettorali in vista delle elezioni di metà mandato di novembre. I prossimi passaggi riguarderanno l’eventuale impugnazione legale della risoluzione, l’andamento dei negoziati e la capacità dell’amministrazione di ottenere dal Congresso i fondi per una guerra sempre più impopolare.
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Il Senato americano, con alcuni repubblicani dissidenti, ha approvato una risoluzione che ordina al presidente di cessare le operazioni militari contro l'Iran o di ottenere l'autorizzazione del Congresso. Si tratta di un raro e in gran parte simbolico rimprovero che evidenzia il crescente disagio bipartisan per la guerra, mentre proseguono i negoziati di pace. È la prima volta che entrambe le camere invocano la Risoluzione sui poteri di guerra per limitare l'autorità bellica del presidente.
Il Senato americano ha inferto un duro colpo a Trump votando per limitare i suoi poteri di guerra contro l'Iran, una mossa rara che riflette la mancanza di sostegno alla guerra. La risoluzione, approvata con defezioni repubblicane, è vista come un trionfo per le forze anti-guerra e un passo verso la fine dell'aggressione. Invia un messaggio chiaro che persino all'interno dell'establishment statunitense il conflitto è insostenibile.
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