
Il ragazzo e il guscio di arachide: storie di cura negata nell’Europa che prometteva benessere
Dalla caccia alle streghe nella Londra di inizio millennio alle corsie svedesi dove le donne aspettano più a lungo, un mosaico di vite sospese rivela la fragilità dei sistemi di assistenza.
A undici anni, Mardoche Yembi passava ore a cercare un guscio di arachide che non esisteva. Il pastore della chiesa di Brixton, a sud di Londra, aveva convinto la zia che il ragazzino, arrivato dal Congo dopo la morte della madre, fosse un “Kindoki”, un posseduto. Ogni notte, diceva l’uomo, Mardoche volava su quel guscio per compiere malefici. Lo costringevano a frugare la casa mentre i parenti lo fissavano in silenzio; se qualcuno si ammalava, la colpa era sua. Quando scappava per giorni e chiedeva aiuto alla polizia, gli rispondevano: «Ci stai facendo perdere tempo». Solo dopo che la zia annunciò l’intenzione di rimandarlo in Africa per un esorcismo, i servizi sociali intervennero. Oggi Mardoche ha trasformato quell’inferno in un cortometraggio, “Kindoki Witchboy”, e in una testimonianza portata fino al Parlamento britannico, dove ha chiesto protezioni più efficaci per i minori. Nel solo 2024, nel Regno Unito, sono stati registrati oltre duemila casi di abusi legati ad accuse di stregoneria o possessione spirituale; solo sette sono stati denunciati alla polizia.
Quella di Mardoche è la punta più oscura di un continente in cui la promessa di cura si incrina appena si guarda oltre la superficie dei bilanci. In Svezia, patria del welfare universale, un uomo con patologie multiple racconta di aver chiamato il proprio centro di salute alle sette del mattino, come impone il sistema. Alle sette e quattro la telefonata è stata registrata: tutti gli appuntamenti della giornata erano già esauriti. «Richiami a settembre o ottobre», gli hanno detto. «E se vado al pronto soccorso?». «La rimanderanno qui. Non serve». L’infermiera ha aggiunto, quasi scusandosi: «Qui funziona così, primo arrivato, primo servito». Non è un episodio isolato. Un rapporto dell’Agenzia nazionale per la salute e l’assistenza svedese conferma che le donne, specie le più anziane, aspettano al pronto soccorso in media diciotto minuti in più degli uomini della stessa età. Minuti che, scrivono i medici, significano dolore non lenito e la sensazione di non essere prese sul serio.
La stessa sensazione che attraversa la sala d’attesa di un ospedale spagnolo in piena notte estiva. Un uomo con dolori addominali viene visitato da un medico il cui accento tradisce origini straniere. La moglie stringe la borsa e scambia occhiate con il marito: «Sarà uno di quelli assunti per le vacanze? Avrà il titolo omologato?». Il dottore fa domande pertinenti, esamina con metodo, ma ogni “c” e ogni “z” pronunciate in modo insolito allontanano la coppia di cento chilometri. In Spagna un medico su dieci è nato all’estero, e non è raro che questa circostanza generi diffidenza. La scena, descritta da un cronista iberico, non è un caso di malasanità: è il sintomo di un pregiudizio che logora chi cura e chi è curato, e che trasforma l’incontro clinico in un tribunale dell’identità.
Intanto, più a nord, la cura si sfalda per mancanza di mani. In una casa di riposo svedese, il personale si divide durante la pausa: non possono sedersi insieme, perché parenti e visitatori potrebbero giudicarli indolenti. I minuti sono contati, le docce e le terapie compresse in schemi che non ammettono imprevisti. Gli anziani confidano agli operatori di non voler disturbare, di vedere quanto siano stressati. Una donna di Boden, Karoliina, incinta e con un taglio cesareo programmato per ragioni mediche, ha dovuto percorrere tre ore di auto fino a Gällivare perché il suo ospedale di riferimento, a venti minuti da casa, non aveva posto. Ha prenotato una stanza d’albergo per il marito e il primo figlio, e si è messa in viaggio con la calma di chi sa che «ci sono famiglie che fanno sempre queste distanze». Ma la normalizzazione del disagio non lo rende meno reale.
Dalla Colombia, dove una ricercatrice dell’Università delle Ande ricorda che la società si è abituata a vedere due uomini per ogni donna in una posizione direttiva, fino ai banchi della politica locale svedese, dove le elette abbandonano gli incarichi sommerse da microaggressioni e tattiche di dominio, il filo rosso è lo stesso: la fatica di esistere dentro strutture che dovrebbero proteggere e invece, troppo spesso, consumano. A Söderköping, in Svezia, uno studio dell’Università di Cambridge su quarantatremila politici locali mostra che le donne tacciono più degli uomini quando subiscono minacce, e che questo silenzio si addensa proprio sui temi della parità. Non sono solo statistiche. Sono il guscio di arachide che Mardoche non ha mai trovato, la telefonata delle sette e quattro, l’accento che trasforma un medico in un estraneo. Sono i frammenti di un’Europa che ha scritto il diritto alla salute e alla dignità nelle sue leggi, ma che ogni giorno, in silenzio, dimentica di applicarlo.
| Stampa atlantica / anglosfera | −0.80 | critical |
|---|---|---|
| Stampa del Golfo arabo | −0.60 | critical |
| Stampa europea continentale | −0.70 | critical |
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