
Il paradosso Trump: stracciò l’accordo Obama, ora firma un’intesa molto più generosa con Teheran
Mentre Washington esulta per la fine della guerra, analisti europei e repubblicani criticano le immediate concessioni a Teheran senza garanzie verificabili sul nucleare.
Con la firma di un memorandum d’intesa con l’Iran, Donald Trump ha chiuso una guerra lampo di quattro mesi, ma ha anche riscritto – forse suo malgrado – il confronto con l’eredità di Barack Obama. Il presidente americano, che nel 2018 stracciò il JCPOA definendolo «orribile», oggi rivendica un accordo migliore. Eppure, il documento siglato è un fragile framework di una pagina e mezza, 14 punti, che rinvia a un negoziato di sessanta giorni le questioni più spinose: dal programma nucleare allo sblocco degli asset finanziari. La differenza con le oltre 160 pagine del piano Obama, che fissava limiti stringenti e verifiche internazionali, è abissale. Secondo osservatori a Washington, Trump ha concesso molto e ottenuto poco: ha immediatamente riaperto le esportazioni di petrolio iraniano e ha promesso un fondo di ricostruzione da 300 miliardi di dollari, mentre Teheran si è impegnata soprattutto a discutere.
Entrambi gli accordi contengono l’impegno scritto dell’Iran a non dotarsi mai di un’arma nucleare, ma qui finiscono le somiglianze. Il JCPOA imponeva limiti precisi all’arricchimento dell’uranio, distruggeva centrifughe e sottoponeva gli impianti a ispezioni dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica. Il memorandum Trump, invece, non prevede alcun meccanismo di verifica immediato e lascia al negoziato finale perfino la sorte delle scorte di uranio quasi bomb-grade. Da Bruxelles, gli analisti sottolineano che l’assenza di un quadro multilaterale – Obama coinvolse Cina, Russia, Francia, Germania, Regno Unito e Unione Europea – rende l’intesa attuale politicamente più fragile e meno legittimata agli occhi della comunità internazionale.
L’aspetto più controverso riguarda lo scambio tra allentamento delle sanzioni e garanzie strategiche. L’amministrazione Obama concesse sgravi solo dopo la firma dell’accordo complessivo e in modo graduale, subordinandoli a passi verificabili di Teheran. Trump ha invece scelto la strada opposta: ha anticipato le esenzioni petrolifere e aperto alla liberazione di miliardi di dollari congelati, senza una tabella di marcia certa. Per l’Italia e l’Europa, la riapertura dello Stretto di Hormuz – che l’Iran aveva di fatto bloccato durante il conflitto – è un sollievo immediato per i mercati energetici, ma il testo prevede solo una gestione provvisoria di sessanta giorni a pedaggio zero, rinviando a un’intesa successiva il controllo definitivo del passaggio da cui transita un quinto del petrolio mondiale. Gli alleati mediorientali di Washington, in particolare Israele e le monarchie del Golfo, guardano con scetticismo a un’intesa che, secondo loro, premia l’Iran senza smantellarne le ambizioni regionali.
La finestra di sessanta giorni rappresenta dunque un banco di prova decisivo. Se i negoziati falliranno, il rischio è che la guerra riprenda con maggiore intensità, trascinando nuovamente l’economia globale in una spirale di instabilità. L’approccio bilaterale scelto da Trump, per quanto rapido, esclude attori chiave come la Cina e la Russia, che potrebbero rifiutare di avallare un’architettura di sicurezza disegnata unilateralmente. Per l’Europa, e in particolare per un paese importatore netto di energia come l’Italia, la posta in gioco è altissima: un accordo solido e verificabile è l’unica via per evitare che la crisi iraniana si trasformi in una minaccia permanente alla stabilità del Mediterraneo e dei mercati.
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La vecchia critica di Trump all'accordo con l'Iran di Obama si è trasformata in un boomerang: ora firma un memorandum molto più generoso con Teheran. Il paradosso infiamma il dibattito a Washington, mentre molti sottolineano l'ironia di un presidente che stracciò il JCPOA per offrire condizioni migliori.
Un confronto fattuale tra l'intesa Trump e l'accordo Obama mostra due strumenti molto diversi: un memorandum preliminare di una pagina e mezza contro un accordo nucleare finale e dettagliato. Trump rivendica superiorità, ma i critici osservano che ha concesso di più ottenendo meno, mentre il negoziato vero deve ancora iniziare.
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