
La geografia diseguale dei passaporti: dal sogno di Singapore all'attesa di Lagos
L'indice Henley 2026 mostra un divario crescente tra chi viaggia senza visti e chi resta confinato: 192 destinazioni per Singapore, 44 per la Nigeria, mentre l'Italia resta tra i primi dieci.
La mattina di martedì, quando l'Henley Passport Index 2026 è apparso online, un addetto allo scalo di Lagos ha fatto scorrere il dito sullo schermo fino al novantesimo posto. La Nigeria era scivolata di una posizione, con appena 44 destinazioni accessibili senza visto preventivo. Un numero che racconta di attese ai consolati, di visti negati, di orizzonti ristretti. Eppure, solo pochi mesi fa il paese era risalito, per poi scivolare di nuovo, condividendo ora la posizione con la Repubblica Democratica del Congo. Per molti nigeriani, il passaporto verde è un lasciapassare incerto, un documento che più che aprire porte, ricorda quelle chiuse.
Dall'altra parte del mondo, a Singapore, la situazione è capovolta. Il passaporto della città-stato apre 192 paesi senza bisogno di visto, confermandosi il più potente del pianeta. Subito dopo, a quota 188, gli Emirati Arabi Uniti, che in vent'anni hanno scalato la classifica come nessun altro: da 35 destinazioni nel 2006 a 188 oggi, un balzo che secondo gli analisti del Golfo riflette una strategia diplomatica aggressiva e accordi bilaterali mirati. In Asia, il Giappone e la Corea del Sud condividono il secondo posto, mentre l'Europa resta un blocco compatto: l'Italia, con 186 destinazioni, è al quarto posto insieme a Francia, Germania e Spagna. Per un cittadino italiano, il mondo è una distesa di frontiere aperte; per un nigeriano, una geografia di ostacoli.
La classifica non è solo una curiosità statistica. Secondo gli esperti di mobilità internazionale, il passaporto è diventato un indicatore di capitale geopolitico: i paesi con cui altri vogliono stringere rapporti commerciali, di sicurezza o di investimento offrono ai propri cittadini la massima libertà di movimento. Non sorprende che gli Emirati, hub globale di affari e turismo, abbiano investito in questa direzione. Ma il divario si allarga: nel 2006 la differenza tra il passaporto più forte e quello più debole era di 118 destinazioni; oggi è di 170. L'Afghanistan, in fondo alla lista, può accedere a soli 22 paesi. In Africa, solo il Sudafrica supera le 100 destinazioni, mentre la maggior parte dei paesi resta sotto le 70. Per l'Europa, questo squilibrio ha conseguenze concrete: flussi migratori, visti turistici, cooperazione allo sviluppo. Bruxelles osserva con attenzione, consapevole che la mobilità è anche una questione di stabilità regionale.
C'è un dettaglio che illumina la dimensione umana di queste cifre. Nei mesi successivi all'escalation del conflitto nel Golfo, le richieste di residenza e cittadinanza per investimento da parte di residenti negli Emirati sono aumentate del 41%. Un'impennata che racconta di famiglie in cerca di un'ancora, di professionisti che vogliono garantirsi un futuro senza confini. Il passaporto, in fondo, è un oggetto di carta e chip, ma il suo valore si misura in possibilità: un visto in meno, un volo in più, la libertà di immaginare una vita altrove. E mentre a Lagos un giovane controlla per l'ennesima volta i requisiti per il visto, a Dubai un uomo d'affari sfoglia il suo passaporto con la sicurezza di chi sa che quasi ogni porta gli è aperta. Due gesti, due mondi, separati da un abisso di 144 destinazioni.
| Stampa del Golfo arabo | +1.00 | aligned |
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| Stampa atlantica / anglosfera | −0.50 | critical |
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Gli Emirati Arabi Uniti celebrano il loro passaporto come simbolo di diplomazia vincente e mobilità globale.
Il blocco presenta l'ascesa del passaporto come un risultato lineare e statale, attribuendo il successo a relazioni diplomatiche strategiche e inquadrando l'indice come una convalida del potere nazionale.
Il blocco omette il contesto più ampio della disuguaglianza della mobilità globale, come il declino del passaporto statunitense e i bassi punteggi dei paesi africani e sudasiatici, evidenziati in altri blocchi.
Gli Stati Uniti vedono il declino del loro passaporto come sintomo di una posizione globale in erosione e debolezza diplomatica.
Il blocco utilizza una narrazione di declino, contrapponendo il passato dominio all'attuale mediocrità, e inquadra la classifica come metrica di influenza perduta.
Il blocco omette l'ascesa storica degli Emirati Arabi Uniti e le storie positive di altri paesi, concentrandosi esclusivamente sul calo statunitense.
La Nigeria e altre nazioni africane lamentano i bassi punteggi dei loro passaporti come prova di disuguaglianza globale sistemica e mobilità limitata.
Il blocco utilizza una narrazione di vittimismo e svantaggio strutturale, concentrandosi sul divario tra passaporti potenti e deboli e suggerendo un'ingiustizia nel sistema globale.
Il blocco omette la storia di successo degli Emirati Arabi Uniti e il declino statunitense, concentrandosi solo sul basso punteggio della Nigeria e sulla debolezza africana in generale.
Il Cile è orgoglioso del suo passaporto come il più forte dell'America Latina, evidenziando la sua integrazione internazionale e il successo diplomatico.
Il blocco utilizza una narrazione di leadership regionale e successo, inquadrando la classifica come una convalida dell'apertura e dell'impegno globale del Cile.
Il blocco omette la storia più ampia di disuguaglianza, come i bassi punteggi di altri paesi latinoamericani e il declino globale del passaporto statunitense, concentrandosi solo sul successo del Cile.
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