
Tre pappagallini, una console e il manifesto: l’ombra di Breivik quindici anni dopo
Nel carcere di Ringerike il killer di Utøya vive tra videogiochi e pappagallini, mentre le sue idee sulla remigrazione riemergono nel discorso politico europeo.
Nel carcere di alta sicurezza di Ringerike, a nord-ovest di Oslo, Anders Behring Breivik trascorre le sue giornate in un appartamento su due piani. C’è una cucina con lavastoviglie, una palestra con tapis roulant, una console per videogiochi. Nel corridoio, una gabbia con tre pappagallini. È l’immagine, surreale e disturbante, del trattamento riservato all’autore della più grave strage nella storia norvegese del dopoguerra. Quindici anni fa, il 22 luglio 2011, Breivik parcheggiò un furgone bianco carico di 950 chili di esplosivo davanti all’ufficio del primo ministro Jens Stoltenberg. Poi, travestito da poliziotto, raggiunse l’isola di Utøya e aprì il fuoco sui ragazzi del campo estivo della gioventù laburista. Morirono 77 persone, 69 delle quali sull’isola, molte uccise con un colpo alla testa a distanza ravvicinata.
Quel massacro non fu un gesto di follia isolata. Breivik aveva inviato un manifesto di 1500 pagine a circa mille indirizzi email in tutta Europa, compresi quelli della Lega e di Forza Nuova in Italia. Vi teorizzava la “remigrazione” di massa dei musulmani, da attuarsi entro il 2083, con incentivi in oro o con la forza. All’epoca, quelle idee apparivano come un rigurgito estremista. Oggi, come osservano gli analisti scandinavi, il linguaggio della sostituzione etnica e della minaccia migratoria è entrato nel dibattito parlamentare. In Germania, Alternative für Deutschland sfiora il 30% nei sondaggi; al Parlamento europeo, i gruppi Patriots for Europe e ECR, eredi di tradizioni sovraniste e in parte di destra radicale, sono diventati la terza e la quarta forza. In Svezia, un partito con radici nell’estrema destra condiziona l’agenda del governo, introducendo norme su “vandel” e “rimpatrio volontario” che, secondo i critici, riecheggiano le ossessioni del terrorista.
La minaccia non è solo politica. Il servizio di sicurezza norvegese PST avverte che il pericolo dell’estrema destra violenta è oggi maggiore rispetto al 2011. Sui social network, spazi aperti come TikTok funzionano da “autostrade per la radicalizzazione”, mescolando umorismo, meme e riferimenti alla cultura pop con la glorificazione di Breivik. Negli Stati Uniti, l’FBI aveva a lungo indicato l’estremismo di destra come la principale minaccia interna, ma dopo l’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio 2021 e la successiva grazia presidenziale concessa a 1500 condannati, la nuova strategia antiterrorismo dell’amministrazione Trump ha di fatto rimosso ogni riferimento alla violenza suprematista. Un’inversione che, secondo esperti europei, indebolisce la cooperazione transnazionale indispensabile contro reti che reclutano e colpiscono senza confini.
A Utøya, intanto, il ricordo resiste. Ogni anno, i sopravvissuti e i familiari delle vittime tornano sull’isola per onorare i morti. Ma la memoria si scontra con una realtà in cui le parole d’ordine del killer – la paura dell’invasione, il disprezzo per le istituzioni democratiche – sono diventate moneta corrente. In Italia, le commemorazioni della Repubblica di Salò si moltiplicano sotto scorta, mentre si discute di piani di rimpatrio che ricordano le “remigrazioni” profetizzate nel manifesto. Quindici anni dopo, la cella di Breivik, con i suoi pappagallini e la sua quiete domestica, appare come lo specchio rovesciato di un’Europa che ha smarrito la capacità di indignarsi.
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