
L’accordo provvisorio tra Washington e Teheran riapre Hormuz, ma la pace resta fragile
La firma del memorandum d’intesa fa crollare il petrolio e avvia negoziati di 60 giorni, mentre Israele continua i raid in Libano e restano irrisolti nodi cruciali.
Con una mossa che ha colto di sorpresa i mercati e le cancellerie internazionali, Donald Trump ha firmato mercoledì alla Reggia di Versailles un memorandum d’intesa con l’Iran per porre fine alla guerra scoppiata il 28 febbraio. Il documento, siglato a distanza anche dal presidente iraniano Masoud Pezeshkian, sblocca immediatamente il passaggio delle petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz — dove transita un quinto del greggio mondiale — e dà avvio a una tregua di sessanta giorni durante la quale Washington e Teheran dovranno negoziare un accordo definitivo. Le prime navi cisterna, tra cui tre battelli sauditi con sei milioni di barili a bordo, hanno già ripreso la navigazione, mentre il Pentagono ha iniziato a ritirare il blocco navale imposto in aprile. Il prezzo del Brent è scivolato sotto gli 80 dollari al barile, toccando i minimi da inizio marzo, e gli analisti finanziari da Londra a New York prevedono un’ulteriore discesa se la tregua reggerà.
Il memorandum in quattordici punti rimanda però le questioni più spinose. L’Iran si impegna a non dotarsi di armi nucleari e a diluire le proprie scorte di uranio arricchito sotto supervisione Onu, ma non viene fissato un tetto all’arricchimento né si affronta il programma missilistico balistico, che Trump aveva indicato come uno degli obiettivi della guerra. Teheran ottiene la revoca delle sanzioni petrolifere, lo sblocco di fondi congelati all’estero e l’avvio di un fondo di ricostruzione da trecento miliardi di dollari, mentre mantiene il controllo de facto sullo Stretto di Hormuz, dove rilascerà permessi di transito senza imporre pedaggi per i prossimi due mesi. Da Washington, il vicepresidente JD Vance ha promesso di limitare i missili a lungo raggio iraniani, ma diversi repubblicani al Congresso accusano Trump di aver concesso troppo. A Teheran, la Guida suprema Khamenei ha definito l’intesa una resa americana «per disperazione» e ha avvertito che i colloqui sul nucleare non saranno facili. Israele, che non è parte dell’accordo, continua a bombardare il Libano meridionale nonostante il memorandum preveda la «cessazione permanente» delle ostilità su tutti i fronti, incluso quello libanese: Trump e Vance hanno ammonito pubblicamente il governo israeliano, segnando una delle fratture più profonde degli ultimi decenni tra i due alleati.
Per l’Europa e per l’Italia, grande importatore di idrocarburi, il calo delle quotazioni rappresenta un sollievo immediato dopo mesi di benzina e gas alle stelle. Tuttavia, gli esperti di Bruxelles e delle principali banche d’affari avvertono che il ritorno alla normalità sarà graduale. Le scorte globali sono ai minimi da trent’anni e dovranno essere ricostituite, il che sosterrà la domanda anche in presenza di un’offerta abbondante. Goldman Sachs stima che le esportazioni del Golfo torneranno ai livelli prebellici entro fine luglio, mentre l’Agenzia internazionale dell’energia prefigura per il 2027 un surplus di oltre cinque milioni di barili al giorno. Citi ha già rivisto al ribasso le previsioni sul Brent, portandole a 75 dollari nel terzo trimestre e a 65 nel 2027. Da Pechino, intanto, giungono segnali di un calo della domanda cinese di petrolio, che potrebbe scendere di quasi il 5 per cento nel 2026 per la transizione verso le energie rinnovabili.
La vera incognita resta la tenuta politica dell’intesa. Trump ha minacciato di «sganciare bombe in testa» agli iraniani se non si comporteranno bene durante i negoziati; Khamenei ha replicato che richieste eccessive non saranno accettate. I sessanta giorni concessi per definire lo status del programma nucleare, i meccanismi di verifica e le garanzie permanenti sulla libertà di navigazione appaiono a molti osservatori mediorientali un orizzonte troppo stretto, specie se si considera che l’accordo del 2015 richiese diciotto mesi di trattative tecniche. In questo intervallo, ogni incidente nello Stretto o escalation in Libano potrebbe far riesplodere il premio di rischio geopolitico sui mercati energetici. La pace, insomma, è appesa a un filo sottile, e il mondo — Italia compresa — osserva con il fiato sospeso.
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L'accordo provvisorio tra Washington e Teheran sta smantellando il premio di guerra sul greggio, portando i prezzi del petrolio ai minimi dall'inizio del conflitto. In America Latina, però, il calo non si è ancora trasferito ai consumatori: l'Argentina continua a registrare aumenti dei carburanti, alimentando scetticismo sul fatto che il sollievo globale si traduca in benefici locali. I mercati cercano un nuovo pavimento di prezzo mentre lo Stretto di Hormuz riapre.
I prezzi del petrolio sono crollati dopo l'accordo provvisorio di cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran, con Brent e WTI scesi a livelli che non si vedevano dai primi giorni della guerra. La riapertura dello Stretto di Hormuz e l'allentamento delle sanzioni su Teheran migliorano le prospettive dell'offerta globale, calmando i mercati energetici. La svendita riflette una rivalutazione pragmatica dei rischi di approvvigionamento.
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