
Il greggio oltre i 100 dollari riaccende i timori inflazionistici globali
Il Brent sfiora i 101 dollari prima di ripiegare, ma i rischi per le vie di approvvigionamento tengono i mercati in tensione e complicano le scelte delle banche centrali.
Il barile di Brent ha varcato giovedì la soglia psicologica dei 100 dollari per la prima volta da maggio, toccando un picco di 101 dollari, per poi ritirarsi venerdì attorno ai 97 dollari. In settimana il rialzo sfiora il 10%, alimentato dall’escalation del conflitto tra Stati Uniti e Iran e dagli attacchi dei ribelli Houthi yemeniti a petroliere saudite nel Mar Rosso. L’offensiva minaccia due strozzature vitali per il commercio energetico mondiale: lo Stretto di Hormuz, già di fatto paralizzato, e Bab el-Mandeb, ultima via alternativa per l’export saudita.
Dietro la correzione tecnica di venerdì, innescata da prese di profitto e dalla notizia di un possibile canale negoziale Pakistan-Cina tra Washington e Teheran, il premio di rischio resta elevato. I dati di MarineTraffic mostrano che ancora poche navi attraversano Hormuz e che i carichi di greggio saudita continuano a transitare da Bab el-Mandeb, allontanando per ora lo scenario di un blocco totale. Ma l’interruzione del terminale CPC nel Mar Nero, bersaglio di droni ucraini, aggiunge un ulteriore freno all’offerta globale, con ripercussioni sui flussi di gasolio e diesel già provati dagli attacchi alle raffinerie russe.
L’impennata del petrolio alimenta i timori di un nuovo shock stagflazionistico. Negli Stati Uniti, le probabilità implicite di un rialzo dei tassi da parte della Federal Reserve la prossima settimana sono salite al 30%, mentre i rendimenti dei Treasury decennali toccano i massimi da inizio 2025. A Francoforte, la presidente della BCE Christine Lagarde ha avvertito che il perdurare dei prezzi elevati dell’energia rafforza il rischio di un’inflazione più diffusa, preparando il terreno a una stretta monetaria a settembre. In Australia, l’esaurirsi dello sconto fiscale sui carburanti e il balzo del barile spingono la benzina verso i 2 dollari al litro, mettendo sotto pressione la Reserve Bank.
Gli effetti sono asimmetrici. I paesi esportatori netti dell’America Latina – Brasile, Colombia, Guyana – beneficiano del miglioramento delle ragioni di scambio, mentre Centroamerica e Caraibi subirebbero un colpo fino a 2,4 punti di Pil, secondo le proiezioni della Cepal. Per l’Italia e l’Europa, importatori netti, il caro-energia si traduce in un aggravio dei costi di produzione e in un’erosione del potere d’acquisto. Intanto, l’Argentina vede il proprio rischio paese volare sopra i 440 punti base, segnale di una rinnovata fragilità dei mercati emergenti.
Il prossimo banco di prova sarà la riunione del FOMC il 30-31 luglio: un segnale restrittivo potrebbe innescare nuove turbolenze sui mercati obbligazionari e valutari. Sul fronte diplomatico, gli occhi sono puntati sui tentativi di mediazione guidati da Islamabad e Pechino, mentre le riserve strategiche di petrolio americane, ormai ai minimi dagli anni Ottanta, offrono un cuscinetto sempre più sottile.
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