
Danni occulti alle basi USA, il Pentagono ripensa la presenza in Medio Oriente
Un'inchiesta rivela distruzioni ben superiori a quanto ammesso a Bahrain e in altri siti, spingendo Washington a valutare il trasferimento di forze verso ovest, incluso Israele.
Un’inchiesta del Wall Street Journal, condotta incrociando immagini satellitari, filmati diffusi sui social network e interviste a militari in servizio e in congedo, ha portato alla luce danni strutturali molto più estesi di quanto il Pentagono abbia finora riconosciuto pubblicamente alla base navale di supporto NSA Bahrain, quartier generale della Quinta Flotta statunitense. Tra febbraio e giugno 2026, nel quadro della rappresaglia iraniana seguita all’operazione congiunta americano-israeliana «Epic Fury», il sito è stato colpito ripetutamente da missili e droni: il comando di flotta risulta inagibile, due terminali di comunicazione satellitare distrutti, magazzini, alloggi per 450 uomini e infrastrutture portuali gravemente danneggiati. Il costo della sola ricostruzione edilizia è stimato in circa 400 milioni di dollari, cifra che non include lo smaltimento delle macerie, la protezione antisismica e il valore delle apparecchiature tecnologiche perdute.
Secondo fonti del Pentagono, la priorità operativa è stata la salvaguardia del personale: su oltre 8.000 vettori lanciati dall’Iran, solo due impatti avrebbero causato perdite umane, mentre le forze americane avrebbero colpito più di 13.500 obiettivi. Tuttavia, membri del Congresso esprimono frustrazione per la mancata trasparenza sui costi complessivi, che il Dipartimento della Difesa stima in 29 miliardi di dollari senza includere la riparazione delle basi. Da Teheran, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione ha rivendicato il successo dell’operazione «Promessa Veritiera 4», che avrebbe raggiunto oltre cento bersagli in undici installazioni militari di sette Paesi del Golfo, dimostrando la capacità di penetrare le difese aeree americane e di colpire a distanza infrastrutture critiche.
La portata dei danni – almeno venti siti militari e diplomatici statunitensi colpiti nella regione – sta innescando una revisione strategica complessiva della presenza americana in Medio Oriente. Fonti vicine al dibattito interno al Pentagono riferiscono che si valutano la riduzione dell’impronta in Kuwait e Arabia Saudita, lo spostamento di centri di comando in strutture sotterranee e il trasferimento di parte delle capacità operative verso ovest, fuori dal raggio dei missili iraniani. Due funzionari hanno indicato Israele come una delle possibili destinazioni, anche alla luce dell’ospitalità offerta durante il conflitto a velivoli e aerocisterne statunitensi. Per gli analisti europei, un simile riassetto altererebbe gli equilibri di sicurezza nel Mediterraneo orientale e nel Golfo, con ricadute dirette sulla protezione delle rotte energetiche da cui dipende anche l’Italia.
Il dossier resta aperto: nessuna decisione formale è stata ancora adottata, e il Segretario alla Difesa Pete Hegseth, incalzato in audizione al Congresso, ha evitato di fornire stime finanziarie. Parallelamente, Manama ha revocato la cittadinanza a decine di sospetti collaboratori dell’Iran e comminato ergastoli per spionaggio a favore dei Guardiani della Rivoluzione. L’amministrazione statunitense, che in aprile aveva già limitato l’accesso pubblico alle immagini satellitari commerciali delle basi, si trova ora a dover conciliare la protezione delle forze con la pressione del legislativo per una rendicontazione completa, mentre la capacità missilistica iraniana ridefinisce la geografia della deterrenza regionale.
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La potenza difensiva dell'Iran ha costretto Washington a rivedere la propria impronta militare in Medio Oriente. I danni ingenti inflitti alla base navale in Bahrain e ad altre venti installazioni hanno mostrato la vulnerabilità americana di fronte ai missili iraniani. Il Pentagono valuta ora il trasferimento delle forze dal Kuwait e dall'Arabia Saudita, un chiaro segno del successo strategico di Teheran.
Gli attacchi iraniani hanno provocato danni alla base navale americana in Bahrain molto più estesi di quanto ammesso ufficialmente. Le immagini satellitari mostrano la distruzione del quartier generale e delle infrastrutture di comunicazione. Questo ha spinto gli Stati Uniti a valutare un ridimensionamento della presenza in Kuwait e Arabia Saudita, e si discute persino di Israele come possibile sede alternativa, segno della crescente minaccia iraniana.
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