
Guerra in Iran: il Pentagono chiede 80 miliardi, ma al Congresso cresce l’opposizione
La cifra, più che doppia rispetto alle stime iniziali, arriva in un momento di forte scetticismo bipartisan sull’accordo di tregua voluto da Trump e sui costi per i contribuenti americani.
Il Dipartimento della Difesa statunitense ha informato informalmente il Senato della necessità di circa 80 miliardi di dollari per coprire in gran parte i costi della guerra contro l’Iran, una somma che si aggiunge alla già imponente richiesta di bilancio record da 1.500 miliardi avanzata dalla Casa Bianca. Secondo fonti del Congresso, il segretario alla Difesa Pete Hegseth e il suo vice Stephen Feinberg stanno incontrando i parlamentari per costruire consenso, mentre l’Ufficio per la gestione e il bilancio non ha ancora formalizzato la richiesta. La cifra supera di quasi tre volte i 29 miliardi indicati dallo stesso Hegseth in una testimonianza di poche settimane fa e resta ben al di sotto dei 200 miliardi ipotizzati dal Pentagono all’inizio delle ostilità.
Sul fronte politico interno, la proposta incontra resistenze bipartisan. Il leader della maggioranza repubblicana al Senato, John Thune, ha dichiarato che il Congresso valuterà la richiesta solo quando arriverà formalmente, sottolineando la necessità di ricostituire le scorte di munizioni, ma senza offrire un sostegno incondizionato. L’ala democratica, con la senatrice Patty Murray, accusa l’amministrazione di spendere i soldi dei contribuenti in una guerra fortemente contestata, mentre il senatore Brian Schatz prevede che il costo reale possa superare gli 80 miliardi e non ha trovato colleghi disposti a votare un pacchetto dedicato all’Iran. Anche tra i repubblicani, il senatore Jim Banks inquadra la spesa come un investimento nella base industriale della difesa e nel reshoring produttivo, più che come un sostegno alla guerra in sé.
Dal punto di vista strategico e industriale, il conflitto ha consumato rapidamente missili Patriot, THAAD, SM3 e Tomahawk, le cui scorte, secondo analisti del Center for Strategic and International Studies, potrebbero richiedere oltre tre anni per essere ripristinate ai ritmi produttivi attuali. Per questo Trump ha già invocato il Defense Production Act e incontrato i vertici dei principali appaltatori della difesa per accelerare la produzione. Nell’ottica dell’amministrazione, il costo è giustificato dall’obiettivo di impedire all’Iran di dotarsi di armi nucleari: “È molto economico rispetto a quanto abbiamo ottenuto”, ha dichiarato il presidente alla PBS, aggiungendo che senza l’intervento Teheran avrebbe già la bomba.
Per l’Europa e l’Italia, l’escalation ha ripercussioni dirette. La guerra ha temporaneamente interrotto i traffici attraverso lo Stretto di Hormuz, facendo temere a Bruxelles un nuovo shock energetico in un momento già segnato dall’instabilità dei prezzi. Inoltre, l’enfasi di Washington sul riarmo e sulla ricostituzione delle scorte potrebbe tradursi in commesse per l’industria della difesa europea, inclusa quella italiana, ma anche in una pressione affinché gli alleati NATO aumentino la propria spesa militare, tema sensibile per il governo di Roma. Il dossier resta in attesa della trasmissione formale al Congresso; il voto su un eventuale pacchetto supplementare è atteso per l’estate, ma la sua approvazione appare tutt’altro che scontata.
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La richiesta di 80 miliardi di dollari del Pentagono è più del doppio della stima iniziale, sollevando allarme sul costo reale della guerra in Iran. I legislatori sono stati indotti a sottovalutare l'onere finanziario, e la cifra sbalorditiva alimenta lo scetticismo sulla trasparenza dell'amministrazione. Il conto evidenzia un drenaggio di risorse in continua escalation.
Il presidente Trump sostiene che il costo di 80 miliardi sia irrisorio rispetto al risultato strategico di impedire un Iran nucleare. L'amministrazione presenta la spesa come un investimento necessario per eliminare una minaccia a lungo termine. L'attenzione è sul risultato, non sul prezzo.
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