
Firma a sorpresa a Versailles, ma la Svizzera resta il crocevia del negoziato Usa-Iran
Trump e Pezeshkian siglano in notturna il memorandum per fermare la guerra, mentre Berna conferma i colloqui di attuazione al Bürgenstock. Un percorso fragile tra uranio, missili e tensioni con Israele.
Ciò che doveva essere una cerimonia solenne sul Bürgenstock, con i mediatori pakistani e qatarioti a fare da testimoni, si è consumato in una cena a lume di candela nella reggia di Versailles. Donald Trump, con il presidente francese Emmanuel Macron al fianco, ha inaspettatamente firmato mercoledì sera il memorandum d’intesa con l’Iran, mentre il suo omologo Masoud Pezeshkian apponeva la firma da Teheran. La mossa ha colto di sorpresa persino i ministri francesi seduti a tavola, ma non ha svuotato la missione svizzera: il ministero degli Esteri di Berna ha confermato che «il piano resta quello di riunire Stati Uniti, Iran, Pakistan, Qatar e altri paesi coinvolti domani al Bürgenstock per i negoziati iniziali sull’implementazione dell’accordo». L’annuncio ha dissolto l’incertezza che aleggiava sul resort lacustre, trasformandolo da teatro di una firma già avvenuta a laboratorio della fase più delicata: tradurre l’intesa politica in cessate il fuoco, riapertura dello Stretto di Hormuz e avvio di un negoziato sul programma nucleare.
Il memorandum punta a chiudere il conflitto regionale esploso il 28 febbraio con i raid americano-israeliani, ma le prime reazioni ne rivelano la fragilità. Da Washington Trump ha rivendicato di aver salvato il mondo da una «catastrofe economica», mentre da Teheran è arrivata una precisazione tagliente: «l’uranio resta e i nostri missili non si negoziano». Lo stesso presidente repubblicano ha riconosciuto un contenzioso aperto con Benjamin Netanyahu, segno che l’asse con Israele rimane una variabile incandescente. Il Pakistan, mediatore insieme al Qatar, ha assicurato che l’intesa entrerà in vigore «immediatamente», ma la distanza tra le dichiarazioni pubbliche e i dossier tecnici è abissale.
La cornice europea ha giocato un ruolo decisivo. Il G7 di Evian aveva già offerto a Macron la possibilità di incorniciare il vertice con un successo diplomatico, e la cena a Versailles – con Trump che impugna il pennarello prima del dessert e il presidente francese che mormora «Bravo» tra gli applausi – ha regalato all’Eliseo un momento di regia internazionale. La Svizzera, tuttavia, non esce di scena: il Bürgenstock, scelto inizialmente per la firma, rimane il palcoscenico della trattativa concreta. Per Berna è la conferma di un ruolo di piattaforma neutrale che dura dai tempi della crisi degli ostaggi, e che oggi si rivela indispensabile per non lasciare il memorandum in balia delle contrapposizioni simboliche.
Per l’Italia e l’Europa la posta in gioco è altissima. La riapertura di Hormuz, strozzata dalle ostilità, è vitale per la sicurezza energetica del Mediterraneo; un fallimento dei colloqui di implementazione riaccenderebbe la pressione sui prezzi del greggio e sulle catene di approvvigionamento. Gli analisti di Bruxelles osservano che il formato svizzero, con mediatori asiatici e mediorientali, potrebbe favorire un percorso graduale di de-escalation, ma avvertono che la partita nucleare iraniana e la questione missilistica rischiano di incagliare ogni progresso. Il mondo guarda al Bürgenstock non per una nuova firma, ma per capire se la pace annunciata a Versailles saprà reggere il confronto con i dettagli.
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La Svizzera ha confermato che i colloqui iniziali sull'attuazione dell'intesa USA-Iran sono ancora previsti per venerdì al resort Bürgenstock, nonostante la firma a sorpresa del memorandum a Versailles. L'annuncio dissipa l'incertezza e sottolinea la continuità del processo tecnico.
La firma a sorpresa del memorandum di pace tra USA e Iran da parte di Donald Trump durante una cena a lume di candela a Versailles, ospite di Emmanuel Macron, ha rubato la scena alla cerimonia prevista in Svizzera. Il gesto teatrale, tenuto segreto persino ai ministri francesi, ha trasformato la cena di chiusura del G7 in un colpo diplomatico, mentre la Svizzera prepara ancora colloqui che hanno perso il loro significato originario.
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