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Esercitazioni a catena nel Pacifico, la Nuova Zelanda avverte: “La presenza militare cinese sarà persistente”

Mentre Washington e gli alleati moltiplicano le manovre lungo la prima catena di isole, un rapporto interno neozelandese delinea uno scenario di competizione strategica destinato a durare.

Una serie quasi simultanea di grandi esercitazioni a guida statunitense sta ridisegnando in queste settimane il profilo di sicurezza dell’Indo-Pacifico, mentre un rapporto confidenziale delle Forze di Difesa e del Ministero degli Esteri della Nuova Zelanda – ottenuto dall’Agence France-Presse – avverte che test missilistici e incursioni navali cinesi diventeranno “una caratteristica persistente” dell’ambiente strategico regionale. Le manovre, che coinvolgono oltre quarantamila effettivi da trentuno nazioni, si estendono dalle Filippine al Giappone, da Guam alle Hawaii, e coincidono con il pattugliamento di unità della guardia costiera cinese al largo di Taiwan e con il transito di una portaerei di Pechino attraverso lo Stretto.

Secondo analisti della difesa statunitensi, l’architettura delle esercitazioni – tra cui Kamandag nelle Filippine, Resolute Dragon nell’arcipelago di Okinawa, Valiant Shield a Guam e il Rim of the Pacific alle Hawaii – riflette un riorientamento strategico che punta a responsabilizzare maggiormente gli alleati regionali nella deterrenza lungo la “prima catena di isole”. L’impiego per la prima volta del sistema missilistico a raggio intermedio Typhon durante Valiant Shield e la partecipazione di paracadutisti giapponesi a Kamandag sull’isola di Batan, a ridosso dello Stretto di Luzon, segnalano, nell’ottica di Washington e Tokyo, la volontà di rendere più credibile e distribuita la capacità di risposta a eventuali crisi.

Pechino, da parte sua, inquadra ogni attività come esercizio legittimo di sovranità. Il portavoce del Ministero degli Esteri Guo Jiakun ha definito i pattugliamenti della guardia costiera a est di Taiwan “azioni legali per esercitare la giurisdizione cinese e mantenere la stabilità regionale”, richiamando la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare. La Cina accusa al contempo il Partito Progressista Democratico al governo a Taipei di collusione con forze esterne e denuncia quelle che considera manovre di Giappone e Filippine ai danni dei propri diritti marittimi. Le critiche congiunte di Stati Uniti, Regno Unito, Francia e Germania vengono respinte come ingerenze che “distorcono i fatti”.

Il documento neozelandese, datato dicembre 2025 e inoltrato al premier Christopher Luxon, offre una lettura più sfumata ma non meno allarmata. Pur riconoscendo che il dispiegamento di tre navi da guerra cinesi nel Mar di Tasmania nel febbraio 2025 è avvenuto nel rispetto del diritto internazionale, il rapporto sottolinea che la notifica di esercitazioni a fuoco vivo “non corrisponde alle migliori pratiche internazionali” e ha costretto diverse compagnie aeree a modificare le rotte. Wellington, in stretto contatto con Canberra, interpreta l’espansione progressiva della presenza marittima cinese nel Pacifico meridionale – che include navi ospedale, unità anfibie per assistenza umanitaria e vettori di supporto a eventi spaziali – come un tassello di una strategia di lungo periodo che modifica gli equilibri in una regione vitale per le rotte commerciali globali, e dunque anche per l’Europa e l’Italia, che dall’Indo-Pacifico dipendono per approvvigionamenti energetici e catene del valore.

Le esercitazioni in corso si concluderanno entro la fine di luglio, ma il dossier resta aperto su più tavoli. A Bruxelles, l’evoluzione della postura cinese nel Pacifico è seguita con attenzione crescente nel quadro della strategia UE per l’Indo-Pacifico, mentre i canali diplomatici tra Wellington, Canberra e le capitali europee restano attivi per armonizzare le valutazioni di rischio. Il prossimo banco di prova sarà la capacità dei meccanismi multilaterali – dal forum delle isole del Pacifico ai dialoghi sulla sicurezza marittima – di assorbire una competizione che, secondo fonti della difesa neozelandese, è destinata a non attenuarsi.

Come la stessa storia è raccontata altrove.

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Stampa cineseStampa europea continentale
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Gli Stati Uniti e i loro alleati stanno mettendo in scena esercitazioni multi-fronte provocatorie proprio davanti alla porta di casa della Cina, inasprendo deliberatamente le tensioni. Le pattuglie cinesi sono operazioni legittime e difensive, mentre Washington riorganizza la sua strategia per delegare agli alleati il contenimento di Pechino.

Stampa europea continentale
AllarmeIndignazione

Le persistenti incursioni militari cinesi nel Pacifico stanno allarmando i partner regionali come la Nuova Zelanda, che prevede una presenza sempre più stabile di Pechino. Le esercitazioni congiunte di Stati Uniti e alleati rappresentano una risposta necessaria alla crescente assertività cinese.

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venerdì 26 giugno 2026

Esercitazioni a catena nel Pacifico, la Nuova Zelanda avverte: “La presenza militare cinese sarà persistente”

Mentre Washington e gli alleati moltiplicano le manovre lungo la prima catena di isole, un rapporto interno neozelandese delinea uno scenario di competizione strategica destinato a durare.

Una serie quasi simultanea di grandi esercitazioni a guida statunitense sta ridisegnando in queste settimane il profilo di sicurezza dell’Indo-Pacifico, mentre un rapporto confidenziale delle Forze di Difesa e del Ministero degli Esteri della Nuova Zelanda – ottenuto dall’Agence France-Presse – avverte che test missilistici e incursioni navali cinesi diventeranno “una caratteristica persistente” dell’ambiente strategico regionale. Le manovre, che coinvolgono oltre quarantamila effettivi da trentuno nazioni, si estendono dalle Filippine al Giappone, da Guam alle Hawaii, e coincidono con il pattugliamento di unità della guardia costiera cinese al largo di Taiwan e con il transito di una portaerei di Pechino attraverso lo Stretto.

Secondo analisti della difesa statunitensi, l’architettura delle esercitazioni – tra cui Kamandag nelle Filippine, Resolute Dragon nell’arcipelago di Okinawa, Valiant Shield a Guam e il Rim of the Pacific alle Hawaii – riflette un riorientamento strategico che punta a responsabilizzare maggiormente gli alleati regionali nella deterrenza lungo la “prima catena di isole”. L’impiego per la prima volta del sistema missilistico a raggio intermedio Typhon durante Valiant Shield e la partecipazione di paracadutisti giapponesi a Kamandag sull’isola di Batan, a ridosso dello Stretto di Luzon, segnalano, nell’ottica di Washington e Tokyo, la volontà di rendere più credibile e distribuita la capacità di risposta a eventuali crisi.

Pechino, da parte sua, inquadra ogni attività come esercizio legittimo di sovranità. Il portavoce del Ministero degli Esteri Guo Jiakun ha definito i pattugliamenti della guardia costiera a est di Taiwan “azioni legali per esercitare la giurisdizione cinese e mantenere la stabilità regionale”, richiamando la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare. La Cina accusa al contempo il Partito Progressista Democratico al governo a Taipei di collusione con forze esterne e denuncia quelle che considera manovre di Giappone e Filippine ai danni dei propri diritti marittimi. Le critiche congiunte di Stati Uniti, Regno Unito, Francia e Germania vengono respinte come ingerenze che “distorcono i fatti”.

Il documento neozelandese, datato dicembre 2025 e inoltrato al premier Christopher Luxon, offre una lettura più sfumata ma non meno allarmata. Pur riconoscendo che il dispiegamento di tre navi da guerra cinesi nel Mar di Tasmania nel febbraio 2025 è avvenuto nel rispetto del diritto internazionale, il rapporto sottolinea che la notifica di esercitazioni a fuoco vivo “non corrisponde alle migliori pratiche internazionali” e ha costretto diverse compagnie aeree a modificare le rotte. Wellington, in stretto contatto con Canberra, interpreta l’espansione progressiva della presenza marittima cinese nel Pacifico meridionale – che include navi ospedale, unità anfibie per assistenza umanitaria e vettori di supporto a eventi spaziali – come un tassello di una strategia di lungo periodo che modifica gli equilibri in una regione vitale per le rotte commerciali globali, e dunque anche per l’Europa e l’Italia, che dall’Indo-Pacifico dipendono per approvvigionamenti energetici e catene del valore.

Le esercitazioni in corso si concluderanno entro la fine di luglio, ma il dossier resta aperto su più tavoli. A Bruxelles, l’evoluzione della postura cinese nel Pacifico è seguita con attenzione crescente nel quadro della strategia UE per l’Indo-Pacifico, mentre i canali diplomatici tra Wellington, Canberra e le capitali europee restano attivi per armonizzare le valutazioni di rischio. Il prossimo banco di prova sarà la capacità dei meccanismi multilaterali – dal forum delle isole del Pacifico ai dialoghi sulla sicurezza marittima – di assorbire una competizione che, secondo fonti della difesa neozelandese, è destinata a non attenuarsi.

Divergenza delle fonti

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Quanto le fonti raccontano gli stessi fatti in modo diverso.

Come si dividono

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Critico67%

Come la stessa storia è raccontata altrove.

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Gli Stati Uniti e i loro alleati stanno mettendo in scena esercitazioni multi-fronte provocatorie proprio davanti alla porta di casa della Cina, inasprendo deliberatamente le tensioni. Le pattuglie cinesi sono operazioni legittime e difensive, mentre Washington riorganizza la sua strategia per delegare agli alleati il contenimento di Pechino.

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AllarmeIndignazione

Le persistenti incursioni militari cinesi nel Pacifico stanno allarmando i partner regionali come la Nuova Zelanda, che prevede una presenza sempre più stabile di Pechino. Le esercitazioni congiunte di Stati Uniti e alleati rappresentano una risposta necessaria alla crescente assertività cinese.

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