
La Gran Bretagna verso il settimo premier in dieci anni: instabilità e scontro sull’immigrazione
Le dimissioni di Keir Starmer aprono la strada a Andy Burnham, mentre il governo introduce nuove vie legali per i rifugiati e Nigel Farage attacca la politica migratoria.
Con le dimissioni di Keir Starmer, annunciate lunedì, il Regno Unito si prepara a insediare il suo settimo primo ministro in dieci anni. La successione, che secondo fonti parlamentari laburiste sarà decisa da una competizione interna al partito con inizio il 9 luglio, vede in Andy Burnham – neoeletto deputato e già sindaco di Manchester – il candidato quasi certo. La prospettiva di un ennesimo cambio al vertice senza passare per le urne ha riacceso il dibattito sulla legittimità democratica del sistema di Westminster, mentre Nigel Farage, leader del partito sovranista Reform UK, invoca elezioni generali immediate e sostiene che la sua formazione avrebbe «ogni possibilità di vincere».
Al centro della contesa politica resta la questione migratoria. Il ministro dell’Interno uscente, Shabana Mahmood, ha presentato un piano per creare nuovi canali legali di ingresso per i richiedenti asilo, ispirato al modello canadese di sponsorizzazione comunitaria. Secondo il governo, università, imprese e organizzazioni sociali potranno farsi carico dell’accoglienza, con l’obiettivo di ridurre gli attraversamenti irregolari della Manica e l’onere sui consigli locali. La riforma, che sarà discussa in Parlamento questa settimana, prevede anche un giro di vite sulle domande giudicate pretestuose. L’opposizione conservatrice, per bocca del ministro ombra Chris Philp, ha però subordinato qualsiasi apertura all’azzeramento dell’immigrazione clandestina, mentre Farage ha descritto un Paese «irriconoscibile» a causa di una migrazione di massa non selettiva, accusando i laburisti di favorire di fatto frontiere aperte.
La cronica instabilità britannica affonda le radici nella frattura della Brexit, che secondo analisti europei ha innescato una reazione a catena di governi fragili e politiche ondivaghe. Un’analisi apparsa sulla stampa del Golfo (Al Ittihad) parla di un «governo delle emozioni», in cui i leader vengono rapidamente esaltati e poi abbandonati, senza un’adeguata verifica delle competenze. Burnham, che non ha mai guidato il partito in una campagna nazionale, si troverebbe ad affrontare le stesse sfide strutturali dei predecessori: servizi pubblici al collasso, bassa produttività e la necessità di ridefinire i rapporti con l’Unione Europea. Da Mosca, il senatore Alexei Pushkov ha previsto che la politica di sostegno militare a Kiev non subirà modifiche, nonostante le crescenti difficoltà di bilancio di Londra.
Per l’Italia e l’Europa, la prospettiva di un nuovo esecutivo britannico debole e privo di mandato popolare complica il coordinamento su dossier cruciali come la gestione dei flussi migratori e la sicurezza continentale. Il voto sulla legge sull’asilo, atteso nei prossimi giorni, offrirà un primo banco di prova della tenuta della maggioranza laburista e della capacità di Burnham di imporre una linea. Nel frattempo, la crescita di Reform UK nei sondaggi – con un recente MRP che ipotizza una possibile maggioranza assoluta in caso di elezioni – segnala che la partita sull’identità e la sovranità nazionale è tutt’altro che chiusa.
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La migrazione di massa ha reso il Regno Unito irriconoscibile e il sistema politico è completamente in panne. Con le dimissioni di Starmer il paese si avvia al settimo premier in dieci anni, mentre cresce la pressione per chiudere le scappatoie sull'asilo e arginare l'immigrazione illegale.
L'ennesimo cambio di premier a Londra è accolto con sarcasmo: l'esperienza del favorito Burnham nella gestione degli autobus non gli servirà con Putin, Xi o Trump. Da Mosca fanno notare che la politica di sostegno militare e finanziario all'Ucraina resterà invariata, quindi la crisi di governo britannica non cambia nulla.
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