
Eisenkot supera Netanyahu nei sondaggi: la partita si gioca sul voto degli ebrei marocchini
A meno di quattro mesi dalle elezioni, l'ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot guida il nuovo partito Yashar e contende a Netanyahu la premiership, facendo leva sulle origini marocchine per scardinare la base storica del Likud.
A meno di quattro mesi dal voto previsto entro fine ottobre 2026, il nuovo partito centrista Yashar, fondato dall’ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot, ha superato il Likud in diversi sondaggi israeliani. Secondo le rilevazioni diffuse dall’emittente Channel 12, Eisenkot viene indicato come «più adatto a guidare il Paese» dal 43% degli intervistati contro il 34% del primo ministro Benjamin Netanyahu, mentre Yashar otterrebbe 23-24 seggi alla Knesset contro i 22 del Likud. Nessuno dei due blocchi raggiungerebbe la maggioranza di 61 seggi: il campo guidato da Netanyahu si ferma a 51, quello di opposizione ebraica a 59, con due partiti arabi a quota cinque ciascuno.
La sfida si gioca in larga misura sul voto degli ebrei mizrahìm, di origine mediorientale e nordafricana, che rappresentano oltre il 40% della popolazione e da decenni costituiscono la base elettorale del Likud. Eisenkot, figlio di immigrati marocchini cresciuto a Tiberiade ed Eilat, incarna un profilo opposto a quello di Netanyahu: taciturno, estraneo alla retorica populista, con una carriera militare culminata alla guida delle Forze di difesa tra 2015 e 2019. La morte del figlio Gal e di un nipote nei combattimenti a Gaza, mentre i figli di Netanyahu non sono stati richiamati, rafforza presso l’elettorato mizrahì un’immagine di sacrificio personale che contrasta con i processi per corruzione ancora aperti contro il primo ministro. Analisti israeliani osservano che il tentativo della «macchina del veleno» del Likud di deridere l’inglese stentato di Eisenkot ha sortito l’effetto opposto, riattivando stereotipi anti-marocchini e spingendo parte di quell’elettorato a riconsiderare la propria fedeltà.
Sul piano politico, Eisenkot critica Netanyahu per aver ceduto alle richieste statunitensi di un cessate il fuoco in Libano e definisce «fuori contesto» la rivendicazione di uno Stato palestinese, ma è considerato un centrista aperto a coalizioni con partiti di sinistra e favorevole alla leva obbligatoria per arabi israeliani ed ebrei ultraortodossi. Secondo fonti vicine al Likud, l’obiettivo di Netanyahu non sarebbe una vittoria netta, bensì uno stallo parlamentare che gli consenta di restare premier ad interim in attesa di nuove elezioni, blindando così la propria posizione nel procedimento giudiziario che lo vede imputato. L’ex consigliere Avi Bushinsky ha dichiarato che il premier punta a impedire all’opposizione di raggiungere 61 seggi, contando sul fatto che un governo di transizione lo metterebbe al riparo da una commissione d’inchiesta statale sugli attacchi del 7 ottobre 2023.
Osservatori diplomatici europei rilevano che un eventuale governo Eisenkot non comporterebbe un ammorbidimento della linea israeliana sul piano regionale, data la sua storia di comando nella guerra contro Hezbollah e la contrarietà a concessioni territoriali. Tuttavia, la necessità di coinvolgere partiti arabi per formare una maggioranza – mossa che Netanyahu bolla come «antipatriottica» benché nel 2021 avesse avviato trattative con il partito islamista Ra’am – introdurrebbe elementi di instabilità e potrebbe rallentare decisioni su dossier sensibili per l’Europa, come l’espansione degli insediamenti e la cooperazione energetica nel Mediterraneo orientale. La data ufficiale delle elezioni non è ancora stata fissata, ma la legge impone che si tengano entro l’ultima decade di ottobre.
| Stampa arabo levante-Maghreb | 0.00 | neutral |
|---|---|---|
| Stampa israeliana | −0.40 | critical |
| Stampa iraniana e affini | −0.30 | critical |
| Stampa europea continentale | −0.40 | critical |
Eisenkot, figlio di immigrati marocchini, rappresenta una sfida diretta alla base elettorale di Netanyahu.
Il meccanismo retorico è la personalizzazione etnica: si enfatizza l'identità mizrahì di Eisenkot per spiegare la sua ascesa, rendendo plausibile che possa attrarre elettori tradizionalmente fedeli al Likud.
Non menziona le manovre di Netanyahu per garantire la sicurezza della sua famiglia o la sua strategia di stallo, presenti nella stampa israeliana.
Netanyahu si aggrappa al potere con manovre disperate, mentre Eisenkot emerge come una minaccia credibile.
La frammentazione strategica: coprendo più aspetti (sicurezza personale, strategia elettorale, critiche politiche) si crea un ritratto complessivo di un leader in difficoltà.
Non approfondisce il ruolo degli elettori mizrahì e l'identità marocchina di Eisenkot, che sono centrali nella stampa araba.
Il regime sionista è in crisi: i sondaggi mostrano la sconfitta imminente di Netanyahu.
Delegittimazione sistemica: l'uso del termine 'regime' e l'enfasi sulla sconfitta di Netanyahu servono a minare la legittimità dello Stato israeliano.
Non menziona le divisioni interne israeliane o il background di Eisenkot, che potrebbero umanizzare la competizione.
Netanyahu è un leader indebolito, alle prese con le conseguenze del 7 ottobre e una campagna elettorale in salita.
Storicizzazione critica: collocando le elezioni nel contesto del fallimento della sicurezza del 7 ottobre, si suggerisce che Netanyahu sia responsabile e che il suo declino sia meritato.
Non menziona il ruolo degli elettori mizrahì né la prospettiva iraniana, concentrandosi esclusivamente sulla figura di Netanyahu e il contesto storico.
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