
Congo, un americano positivo all’Ebola: l’Oms teme un focolaio fino a quattro volte più esteso
Il contagio di un operatore umanitario statunitense e l’espansione del virus in una quarta provincia confermano la gravità dell’epidemia, mentre l’Organizzazione mondiale della sanità stima che i numeri ufficiali sottovalutino la reale portata del focolaio.
Un cittadino statunitense impegnato in un’organizzazione umanitaria nella Repubblica Democratica del Congo è risultato positivo al virus Ebola del ceppo Bundibugyo. È il primo caso americano registrato in questa fase dell’epidemia, dichiarata il 15 maggio e già considerata la più rapida per crescita dei contagi mai documentata. Nelle stesse ore le autorità sanitarie congolesi hanno confermato che il virus ha raggiunto una quarta provincia, l’Haut-Uele, con sette decessi nella zona sanitaria di Wamba. Il bilancio complessivo sale così a 1.830 casi confermati e 648 morti, con un tasso di letalità che oscilla tra il 34 e il 35 per cento.
Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, la situazione sul campo potrebbe essere sensibilmente più grave di quanto indichino i dati ufficiali. A Bunia, capoluogo della provincia dell’Ituri e città di un milione di abitanti, circa l’80 per cento dei nuovi pazienti non ha alcun legame epidemiologico noto con casi già identificati, segnale di una trasmissione comunitaria intensa e in parte sommersa. Modelli e tassi di positività ai test suggeriscono che la reale dimensione del focolaio potrebbe essere da due a quattro volte superiore. Il ceppo Bundibugyo, per il quale non esiste vaccino autorizzato né terapia specifica, sembra provocare sintomi più lievi rispetto ad altri ceppi, riducendo la percezione del rischio e inducendo le famiglie a curare i malati a casa prima di rivolgersi ai centri di trattamento. Un’analisi dei primi 400 decessi mostra che circa il 70 per cento è avvenuto fuori dalle strutture sanitarie.
La risposta internazionale si sta organizzando su più fronti. Medici Senza Frontiere ha allestito a Nairobi un centro di simulazione per preparare il personale sanitario alle condizioni estreme del Congo orientale, con un’attenzione particolare all’accettazione comunitaria e alle sepolture sicure. I donatori hanno promesso 910 milioni di dollari per sostenere le operazioni in Congo e in Uganda, dove si contano già 20 casi e due decessi. L’epidemia di Ebola si inserisce però in un quadro regionale di emergenze sanitarie sovrapposte: in Nigeria lo stato di Borno è colpito da un’ondata di colera aggravata dall’insicurezza legata ai gruppi jihadisti, con tassi di mortalità che in alcune cliniche raggiungono il 40 per cento dei pazienti; sempre in Nigeria il Centro nazionale per il controllo delle malattie segnala una recrudescenza della febbre di Lassa con 66 casi confermati e 7 morti in tre settimane; in Ghana la prevalenza dell’Hiv tra la popolazione omosessuale nella regione di Bono ha raggiunto il 26 per cento, spingendo le autorità a potenziare la distribuzione della profilassi pre-esposizione.
Per arginare il focolaio di Ebola, le autorità congolesi hanno avviato la formazione di 21.000 operatori sanitari di comunità incaricati di visite porta a porta per individuare casi sospetti e incoraggiare l’accesso precoce alle cure. Il Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie statunitense collabora con l’organizzazione per cui lavorava il cittadino contagiato per tracciare i contatti ad alto rischio. Il prossimo banco di prova sarà la capacità di questi interventi di spezzare le catene di trasmissione in un contesto urbano denso come Bunia e di evitare che il virus si consolidi in nuove province, mentre la comunità internazionale verifica che gli impegni finanziari si traducano in capacità operativa sul terreno.
| Stampa europea continentale | −0.60 | critical |
|---|---|---|
| Stampa del Golfo arabo | 0.00 | neutral |
| Stampa africana subsahariana | −0.20 | neutral |
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