
Dopo i terremoti, Trump chiama Caracas: aiuti umanitari e intesa petrolifera
Mentre la Venezuela conta oltre 900 morti, la telefonata tra Trump e la presidente ad interim Rodríguez consolida il riavvicinamento tra Washington e Caracas, con l'invio di fondi e personale militare.
La telefonata tra il presidente statunitense Donald Trump e la presidente ad interim del Venezuela, Delcy Rodríguez, nella giornata di venerdì 26 giugno, ha sancito un passaggio cruciale nella gestione dell’emergenza seguita ai due terremoti di magnitudo 7.2 e 7.5 che mercoledì hanno devastato il nord del Paese caraibico. Con un bilancio provvisorio di almeno 920 morti, oltre 3.300 feriti e circa 50mila dispersi, la catastrofe ha innescato una mobilitazione internazionale senza precedenti recenti, nella quale gli Stati Uniti si sono ritagliati un ruolo di primo piano: Washington ha annunciato lo stanziamento di 150 milioni di dollari in aiuti umanitari, l’invio di squadre di ricerca e soccorso, di due navi da guerra, aerei da trasporto ed elicotteri, e ha già dislocato a Caracas il maggior generale Kevin J. Jarrard per coordinare le operazioni sul campo.
Secondo fonti venezuelane, Rodríguez ha ringraziato Trump e il segretario di Stato Marco Rubio per «questo gesto di amicizia e cooperazione», mentre il presidente dell’Assemblea Nazionale Jorge Rodríguez ha confermato la militarizzazione dello stato di La Guaira, l’area più colpita. Nell’ottica di Washington, l’intervento si inserisce in un quadro di ritrovata sintonia bilaterale: dopo la cattura dell’ex presidente Nicolás Maduro da parte di forze statunitensi nel gennaio scorso, la presidenza ad interim di Delcy Rodríguez ha riallacciato le relazioni diplomatiche con gli Usa e aperto il settore petrolifero agli investimenti internazionali, con priorità per le imprese americane. Lo stesso Trump, commentando i terremoti, ha dichiarato: «Abbiamo preso il Venezuela in meno di un giorno, e il petrolio scorre». Parole che, secondo analisti europei, rivelano la sovrapposizione tra assistenza umanitaria e interessi energetici strategici.
Parallelamente, il Messico della presidente Claudia Sheinbaum ha inviato tre aerei con 261 tra militari e personale specializzato, 18 unità cinofile e oltre 19 tonnellate di materiali sanitari e attrezzature, già operative nelle zone sinistrate. Anche la Russia di Vladimir Putin ha espresso condoglianze e si è detta pronta a fornire aiuti, mentre l’Onu stima che circa mille operatori d’emergenza provenienti da decine di Paesi – tra cui Brasile, Colombia, El Salvador e nazioni europee – siano già al lavoro per rimuovere le macerie e cercare sopravvissuti. La finestra critica delle prime 72 ore sta per chiudersi, e le scosse di assestamento, unite alla carenza di mezzi pesanti in alcune aree, rallentano le operazioni, suscitando la frustrazione delle comunità costiere che in parte scavano a mani nude.
La risposta al sisma si carica così di valenze geopolitiche che vanno oltre l’emergenza. Secondo osservatori di Bruxelles, il rapido dispiegamento statunitense consolida un riposizionamento strategico nel Paese sudamericano, dove fino a pochi mesi fa l’influenza di Mosca e Pechino appariva dominante. L’incontro di Rodríguez con il generale Jarrard e con l’incaricato d’affari dell’ambasciata Usa, John M. Barrett, segna un livello di coordinamento militare e diplomatico che sarebbe stato impensabile prima della caduta di Maduro. Mentre le squadre internazionali continuano a scavare tra le macerie di Caracas e La Guaira, il dossier venezuelano si avvia a diventare un banco di prova per la tenuta del nuovo asse tra Washington e Caracas, con l’Europa e l’Italia – che seguono l’evolversi della crisi attraverso i propri canali diplomatici – chiamate a definire il proprio ruolo in una partita dove la solidarietà umanitaria si intreccia con la ridefinizione degli equilibri energetici e politici dell’America Latina.
| Stampa latinoamericana | −0.50 | critical |
|---|---|---|
| Stampa sud-est asiatica | 0.00 | neutral |
I venezuelani denunciano l'abbandono: mancano i mezzi per salvare i dispersi. La comunità internazionale osserva, ma l'aiuto promesso tarda ad arrivare.
Si costruisce una narrazione di sofferenza e inazione attraverso testimonianze dirette e dati economici, spostando la responsabilità implicita sul governo e sulla lentezza degli aiuti.
Il blocco omette ogni menzione dei colloqui USA-Venezuela sugli aiuti, che complicherebbero la narrazione di abbandono introducendo una potenziale fonte di assistenza.
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Il blocco omette la diffusa frustrazione per la mancanza di macchinari pesanti e la sofferenza umana, che minerebbero la narrazione di una risposta governativa efficace.
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