
L’Odissea di Nolan inizia con un tè a Mumbai: il kolossal tra gelo, polemiche e set globali
Tra una tazza di chai in un caffè centenario e le riprese nei fiordi islandesi, il film-evento di Christopher Nolan riporta Omero nelle sale dopo un percorso produttivo segnato da sfide estreme e accesi dibattiti culturali.
In una sera di giugno, tre degli uomini più attesi del cinema mondiale si sono concessi una sosta anonima all’Olympia Coffee House di Colaba, locale centenario di Mumbai. Christopher Nolan, Matt Damon e Tom Holland hanno ordinato chai e bun maska, ignari che il personale, scoprendo solo più tardi via Google che tra gli avventori c’era l’uomo che ha vestito i panni di Spider-Man, li avrebbe ricordati come clienti frettolosi. Dieci minuti, poi la folla ha iniziato a stringersi all’esterno e tre giganti di Hollywood si sono dileguati nel traffico indiano, diretti verso la première di The Odyssey, il kolossal che porta l’epica omerica sugli schermi di tutto il pianeta.
Quella sosta fugace racchiude il paradosso di una produzione faraonica che ha attraversato continenti e climi estremi. Dalla grotta di Nestore nel Peloponneso, invasa da migliaia di api e impregnata dall’odore di quaranta pecore usate per ricostruire l’astuzia di Ulisse contro Polifemo, ai fiordi scozzesi dove una replica di nave vichinga ha solcato le acque, fino all’Islanda meridionale: qui Zendaya, nei panni della dea Atena, ha trascorso il primo giorno di riprese con la bocca talmente congelata da non riuscire ad articolare una parola. «Sentivo solo un ’blah blah blah’, è stata un’umiliazione», ha confessato l’attrice, mentre Nolan la ricordava «sempre perfetta». La fatica fisica è il basso continuo del set: Damon ha definito il film «il più difficile della carriera», girato tra mare e terra, in condizioni spesso proibitive.
Ma un poema di tremila anni fa non si trasporta al presente soltanto con i muscoli. In Scandinavia l’attesa si è caricata di tensioni culturali. Nel dibattito svedese si è fatto notare che la polemica transfobica scatenata dalla presunta scelta di Elliot Page per il ruolo di Achille – in realtà una bufala, poiché l’attore interpreta il cugino Sinone – ha riportato alla luce la natura queer dell’eroe iliadico, troppo spesso “raddrizzata” dalle versioni hollywoodiane, da ultimo nel Troy con Brad Pitt. In un’epoca di sensibilità identitarie, il kolossal diviene così un catalizzatore di memorie e rimozioni.
In Italia l’impatto è di altra natura, mediale e sentimentale. Alberto Angela ha intervistato Nolan e Damon per la nuova stagione di Noos, sottolineando un’affinità di metodo: trasformare un testo fondativo in narrazione avvincente per un pubblico ampio, così come egli stesso ha fatto con il suo libro su Cesare. Le riprese in Sicilia, da Lipari a Favignana, hanno rafforzato un legame affettivo con il paesaggio italiano, confermando un’antica vocazione del nostro territorio a farsi set di storie universali. Intanto dai social network, specchio di un’opinione pubblica globale, si levano voci discordanti sull’aspetto di Charlize Theron alla première parigina, tra accuse di «decadenza alla Ozempic» e difese d’ufficio del suo stile di vita salutista. L’ennesima prova che ogni dettaglio di The Odyssey – persino la silhouette di una dea del mare – può innescare una guerra culturale.
Sul molo di Landeyjahöfn, in Islanda, un gigantesco set navale è già stato smantellato. Resta l’eco di un film che ha rincorso l’ideale di un’avventura primigenia, costretta a convivere con le nevrosi del presente. E forse allora conviene tornare, con il pensiero, a quel tè speziato di Mumbai: un gesto semplice e fuori scala, come un eroe omerico che si ferma a riprendere fiato prima di varcare la soglia del nostro immaginario.
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