
Il greggio scende sotto 80 dollari dopo l’intesa USA-Iran, ma la tregua è fragile
La riapertura dello Stretto di Hormuz e la revoca delle sanzioni fanno crollare i prezzi del petrolio ai minimi da marzo, mentre restano irrisolti i nodi sul nucleare e il conflitto in Libano.
La firma del memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran, avvenuta il 17 giugno, ha innescato un immediato crollo delle quotazioni petrolifere: il Brent è sceso a 78,31 dollari al barile e il WTI a 76,14, i livelli più bassi dall’inizio di marzo. Poche ore dopo la sigla, tre petroliere saudite con sei milioni di barili di greggio hanno attraversato lo Stretto di Hormuz, segnando la ripresa del traffico in quel corridoio strategico da cui transita un quinto del commercio globale di petrolio e gas liquefatto. L’accordo prevede la revoca del blocco navale americano e delle sanzioni sull’export petrolifero iraniano, liberando oltre 85 milioni di barili finora intrappolati nel Golfo Persico.
La prospettiva di un’ondata di nuova offerta sta rapidamente smontando il premio di guerra che aveva gonfiato i prezzi nei mesi scorsi. Secondo le stime di Goldman Sachs, le esportazioni dei produttori del Golfo torneranno ai livelli pre-conflitto entro fine luglio, mentre la produzione di greggio si normalizzerà entro ottobre. L’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) prevede per il 2027 un surplus di offerta di oltre 5 milioni di barili al giorno, sufficiente a ricostituire le scorte strategiche pesantemente intaccate. Citi ha rivisto al ribasso le proprie previsioni, portando il Brent a 75 dollari nel terzo trimestre, 70 nel quarto e 65 nel 2027. Tuttavia, gli operatori restano cauti: attendono prove concrete di una normalizzazione stabile dei transiti prima di spingere i prezzi ulteriormente al ribasso.
L’intesa è però un quadro provvisorio, non una pace definitiva. Nei prossimi sessanta giorni i negoziatori dovranno affrontare i nodi più spinosi: il programma nucleare iraniano, il destino dell’uranio arricchito e i limiti ai missili a lungo raggio di Teheran. Il Leader Supremo Khamenei ha definito Trump «disperato» e ha avvertito che i colloqui non saranno facili. A Washington, alleati repubblicani del presidente mettono in dubbio le concessioni fatte. Sul terreno, Israele prosegue i raid in Libano nonostante l’accordo preveda la «cessazione permanente» delle ostilità su tutti i fronti; il governo israeliano ha anzi pubblicato una mappa con una zona di occupazione ampliata. Sia Trump sia il vicepresidente Vance hanno ammonito pubblicamente Israele a rispettare il processo di pace, ma la frattura resta profonda.
Per l’Italia e l’Europa, il raffreddamento della crisi energetica offre un sollievo immediato: un greggio più economico può tradursi in minori costi per carburanti e materie prime, attenuando le pressioni inflazionistiche. Ma la fragilità dell’intesa mantiene alta l’incertezza. Il prossimo traguardo fattuale è la finestra di sessanta giorni per il negoziato finale: se non si raggiungerà un accordo sul nucleare, o se il conflitto libanese dovesse aggravarsi, il premio geopolitico potrebbe riaccendersi rapidamente. I mercati terranno d’occhio la regolarità dei transiti a Hormuz e gli sviluppi dei colloqui tecnici in Svizzera, dove la delegazione statunitense guidata da Vance dovrà misurarsi con le richieste iraniane.
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I prezzi del petrolio sono scesi dopo che le petroliere hanno ripreso a transitare per lo Stretto di Hormuz grazie all'accordo di pace tra Stati Uniti e Iran, allentando i timori sull'offerta. Il mercato ha reagito alla prospettiva del ritorno dei barili iraniani, spingendo Brent e WTI ai minimi da tre mesi. Il regno osserva con cautela la tenuta dell'intesa, poiché un calo prolungato dei prezzi potrebbe pesare sugli equilibri fiscali.
Il tanto atteso accordo di pace provvisorio tra Stati Uniti e Iran è stato finalmente firmato, riaprendo lo Stretto di Hormuz e consentendo il libero transito delle petroliere. La risoluzione della più grande interruzione dell'approvvigionamento energetico della storia ha fatto crollare i prezzi del greggio ai minimi da tre mesi, con il Brent in calo dell'11% nella settimana. I mercati accolgono con favore il ritorno della stabilità, anche se l'attenzione si sposta ora sull'attuazione dell'intesa e sulla graduale normalizzazione delle esportazioni iraniane.
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