
Capo Verde, la favola mondiale che sfida Messi: “Niente è impossibile”
L’arcipelago atlantico, esordiente e già agli ottavi, si prepara ad affrontare l’Argentina con la fede di chi ha fermato Spagna e Uruguay e il sostegno di presidenti e veggenti.
Capo Verde non si è presentato al Mondiale 2026 per recitare il ruolo della comparsa. Con tre pareggi – uno 0-0 contro la Spagna, un 2-2 con l’Uruguay e un altro 0-0 con l’Arabia Saudita – la nazionale delle dieci isole atlantiche ha chiuso il Gruppo H al secondo posto, diventando la più piccola nazione di sempre a raggiungere la fase a eliminazione diretta. Il portiere quarantenne Vozinha, eroe della prima giornata, e la coppia di centrali guidata dal capitano Diney Borges hanno costruito una muraglia che ha lasciato a secco gli spagnoli per 429 minuti consecutivi, costringendo le furie rosse a un possesso palla sterile e a trentanove cross di cui solo otto andati a buon fine.
Ora, davanti a loro, c’è l’Argentina di Lionel Messi, campione in carica. L’appuntamento è per venerdì all’Hard Rock Stadium di Miami, e l’arcipelago si aggrappa a una certezza che il difensore Borges ha sintetizzato con parole diventate il manifesto della squadra: “Nel calcio non esistono gli impossibili. Nessuno credeva in noi, eppure stiamo facendo la storia”. Il presidente della Repubblica, José Maria Neves, ha rincarato la dose in un’intervista alla BBC, pronosticando un 1-0 per i suoi e spiegando che “quando le aspettative sono basse e una squadra ha la voglia di vincere, tutto è possibile”. Una fiducia che, secondo l’ex commissario tecnico José Rui Águas, affonda le radici in uno spirito collettivo raro: “Non ho mai sentito tanta unione come a Capo Verde. Sono guerrieri, non si arrendono mai”.
Dall’America Latina, la stampa argentina raccoglie le dichiarazioni con un misto di rispetto e cautela. I riferimenti alla “fede del 99%” e all’1% di possibilità, evocati da Borges, vengono letti come il tentativo di trasformare la pressione in energia. L’attenzione si concentra inevitabilmente su Messi, che lo stesso Borges definisce “un orgoglio e un privilegio affrontare”, salvo poi precisare che, una volta iniziato il gioco, l’obiettivo sarà “non farlo ispirare come al solito”. L’ammirazione per il Dieci è condivisa anche da Águas, che lo considera “il calciatore più perfetto in un corpo piccolo”, ma l’ex selezionatore portoghese avverte: l’Argentina dovrà fare i conti con un blocco basso e solidale, simile a quello che ha mandato in crisi la Spagna.
A rendere l’attesa ancora più surreale, dall’Africa occidentale arriva la profezia di Nana Kwaku Bonsam, guaritore spirituale ghanese già noto per aver predetto un digiuno di Harry Kane. Secondo il veggente, Capo Verde eliminerà l’Argentina e il Portogallo vincerà il Mondiale. Una suggestione che, al di là del folklore, fotografa la dimensione globale assunta da una sfida che mette di fronte il gigante sudamericano e un paese di mezzo milione di abitanti, la cui diaspora ha trovato nel calcio il più potente collante identitario.
Al triplice fischio, per Capo Verde non esisterà fallimento. “Qualunque sia il risultato, lasceremo il Mondiale a testa alta e con il senso della missione compiuta”, ha detto il presidente Neves. Ma intanto, mentre gli argentini studiano come scardinare la difesa più sorprendente del torneo, l’arcipelago si gode il diritto di sognare un’altra pagina di storia.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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Il presidente di Capo Verde predice con sicurezza una vittoria per 1-0 sull'Argentina, inquadrando la partita come un'opportunità storica per la piccola nazione insulare di continuare a scrivere il proprio destino. Gli Squali Blu sono descritti come debuttanti impavidi che prosperano sulle basse aspettative e mirano a sorprendere permanentemente il mondo. È un momento di orgoglio nazionale e di audace speranza.
I giocatori e gli ex allenatori capoverdiani esprimono rispetto per l'Argentina ma insistono che nel calcio nulla è impossibile, sottolineando il loro spirito guerriero e il rifiuto di arrendersi. I media argentini registrano la fede della squadra sfavorita mantenendo una visione cauta e leggermente paternalistica della sfida. La narrazione bilancia l'ammirazione per il coraggio dell'avversario con una fiducia di fondo nella superiorità dei campioni del mondo.
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