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Economia e Mercativenerdì 19 giugno 2026

Brasile precipita nella competitività globale: industria in affanno e fiducia ai minimi

La caduta al 65° posto nel ranking IMD, insieme alla contrazione dell’acciaio e al peggioramento delle PMI, espone i nodi irrisolti di un’economia che stenta a trasformare la crescita in attrattività.

Nel 2026 il Brasile è scivolato dal 58° al 65° posto nel Ranking Mondiale di Competitività elaborato dall’IMD, toccando il livello più basso degli ultimi anni e posizionandosi accanto a economie come Nigeria e Venezuela. Il dato arriva in un momento di apparente paradosso: il tasso di disoccupazione è ai minimi storici e l’economia è cresciuta, ma il paese ha perso terreno in tutti e quattro i pilastri dell’indice – performance economica, efficienza governativa, efficienza delle imprese e infrastrutture. Secondo gli analisti di San Paolo, il costo del capitale e le carenze nell’istruzione restano i freni principali alla capacità di attrarre investimenti produttivi, in un circolo vizioso in cui la mancanza di crescita sostenibile impone tassi d’interesse elevati per attirare capitali, che a loro volta scoraggiano l’investimento di lungo periodo.

I riflessi di questa debolezza strutturale si manifestano nei numeri dell’industria. Nei primi cinque mesi del 2026 la produzione brasiliana di acciaio grezzo è calata dell’1,9% rispetto allo stesso periodo del 2025, attestandosi a 13,4 milioni di tonnellate, mentre il consumo apparente ha segnato una contrazione del 4,1%. L’Indicatore di Fiducia dell’Industria dell’Acciaio è crollato a giugno a 47,8 punti, ben al di sotto della soglia di 50 che separa l’ottimismo dal pessimismo, segnalando che le misure di difesa commerciale adottate dal governo – pur avendo ridotto le importazioni del 17% – non bastano a compensare la domanda interna debole e l’eccesso di capacità globale, in particolare cinese. Parallelamente, l’indice Omie che monitora le piccole e medie imprese ha registrato a maggio una flessione reale del fatturato dell’8,4% su base annua, la più marcata degli ultimi mesi, con tutti i settori in territorio negativo: infrastrutture (-13,5%), servizi (-8,6%), industria (-8,8%) e commercio (-8,8%). L’accelerazione dell’inflazione, che a maggio ha raggiunto lo 0,58% mensile spinta da energia e alimentari, e il mantenimento del tasso Selic al 14,25% gravano sulla capacità di spesa delle famiglie e sul credito alle imprese.

La frenata non è isolata al Brasile. In Colombia, l’Indice di Monitoraggio dell’Economia (ISE) di aprile ha mostrato un rallentamento della crescita annua al 3,34%, dal 3,94% di marzo, con le attività primarie – agricoltura e miniere – in contrazione del 2,4% e l’edilizia in affanno. In Argentina, l’attività industriale ha registrato a maggio un calo del 5% su base annua e dello 0,8% sul mese precedente, con settori come le costruzioni che operano a livelli inferiori del 30% rispetto al 2022, secondo i dati dell’Unione Industriale Argentina. Anche in Sudafrica, dove le vendite al dettaglio sono cresciute modestamente (+1,3% ad aprile), la domanda resta fragile e disomogenea, con i consumatori che privilegiano mobili ed elettrodomestici ma riducono la spesa nei supermercati. In questo quadro, il Brasile sconta anche un posizionamento intermedio nella prontezza all’intelligenza artificiale: 22° nel Government AI Readiness Index, lontano dai leader Stati Uniti e Singapore, con carenze nella capacità computazionale e nella formazione di talenti specializzati.

Le prospettive a breve sono segnate dall’incertezza elettorale e dal dibattito su riforme del lavoro come la possibile abolizione della scala 6x1, che secondo le confederazioni industriali brasiliane potrebbe aumentare i costi del lavoro fino al 17% in alcuni comparti, penalizzando soprattutto le micro e piccole imprese. Con la Selic attesa ancora in doppia cifra fino a fine anno e l’inflazione in ripresa, gli osservatori guardano alle prossime decisioni della banca centrale e all’evoluzione della domanda interna come ai veri banchi di prova per invertire la spirale negativa della competitività.

Come la stessa storia è raccontata altrove.

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Stampa latinoamericanaStampa atlantica / anglosfera
Stampa latinoamericana/ mercato
pragmatismoscetticismo

Il crollo del Brasile al 65° posto nella classifica di competitività, insieme al calo della produzione di acciaio e alla contrazione industriale, mette a nudo le profonde debolezze strutturali della maggiore economia latinoamericana. Costi del capitale elevati, lacune educative e un sistema fiscale oneroso stanno erodendo la capacità del paese di attrarre investimenti e sostenere la crescita, sollevando preoccupazioni per l'intera regione.

Stampa atlantica / anglosfera/ economica
allarmeschadenfreude

Il drammatico scivolone del Brasile nelle classifiche di competitività globale è un severo monito del fallimento delle riforme, con la produzione di acciaio in calo e le piccole industrie che cedono sotto costi elevati. La stampa economica anglo-americana lo considera l'esito prevedibile di errori politici cronici, tassi d'interesse elevati e un regime fiscale non competitivo, sollevando dubbi sull'intera narrazione di crescita latinoamericana.

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venerdì 19 giugno 2026

Brasile precipita nella competitività globale: industria in affanno e fiducia ai minimi

La caduta al 65° posto nel ranking IMD, insieme alla contrazione dell’acciaio e al peggioramento delle PMI, espone i nodi irrisolti di un’economia che stenta a trasformare la crescita in attrattività.

Nel 2026 il Brasile è scivolato dal 58° al 65° posto nel Ranking Mondiale di Competitività elaborato dall’IMD, toccando il livello più basso degli ultimi anni e posizionandosi accanto a economie come Nigeria e Venezuela. Il dato arriva in un momento di apparente paradosso: il tasso di disoccupazione è ai minimi storici e l’economia è cresciuta, ma il paese ha perso terreno in tutti e quattro i pilastri dell’indice – performance economica, efficienza governativa, efficienza delle imprese e infrastrutture. Secondo gli analisti di San Paolo, il costo del capitale e le carenze nell’istruzione restano i freni principali alla capacità di attrarre investimenti produttivi, in un circolo vizioso in cui la mancanza di crescita sostenibile impone tassi d’interesse elevati per attirare capitali, che a loro volta scoraggiano l’investimento di lungo periodo.

I riflessi di questa debolezza strutturale si manifestano nei numeri dell’industria. Nei primi cinque mesi del 2026 la produzione brasiliana di acciaio grezzo è calata dell’1,9% rispetto allo stesso periodo del 2025, attestandosi a 13,4 milioni di tonnellate, mentre il consumo apparente ha segnato una contrazione del 4,1%. L’Indicatore di Fiducia dell’Industria dell’Acciaio è crollato a giugno a 47,8 punti, ben al di sotto della soglia di 50 che separa l’ottimismo dal pessimismo, segnalando che le misure di difesa commerciale adottate dal governo – pur avendo ridotto le importazioni del 17% – non bastano a compensare la domanda interna debole e l’eccesso di capacità globale, in particolare cinese. Parallelamente, l’indice Omie che monitora le piccole e medie imprese ha registrato a maggio una flessione reale del fatturato dell’8,4% su base annua, la più marcata degli ultimi mesi, con tutti i settori in territorio negativo: infrastrutture (-13,5%), servizi (-8,6%), industria (-8,8%) e commercio (-8,8%). L’accelerazione dell’inflazione, che a maggio ha raggiunto lo 0,58% mensile spinta da energia e alimentari, e il mantenimento del tasso Selic al 14,25% gravano sulla capacità di spesa delle famiglie e sul credito alle imprese.

La frenata non è isolata al Brasile. In Colombia, l’Indice di Monitoraggio dell’Economia (ISE) di aprile ha mostrato un rallentamento della crescita annua al 3,34%, dal 3,94% di marzo, con le attività primarie – agricoltura e miniere – in contrazione del 2,4% e l’edilizia in affanno. In Argentina, l’attività industriale ha registrato a maggio un calo del 5% su base annua e dello 0,8% sul mese precedente, con settori come le costruzioni che operano a livelli inferiori del 30% rispetto al 2022, secondo i dati dell’Unione Industriale Argentina. Anche in Sudafrica, dove le vendite al dettaglio sono cresciute modestamente (+1,3% ad aprile), la domanda resta fragile e disomogenea, con i consumatori che privilegiano mobili ed elettrodomestici ma riducono la spesa nei supermercati. In questo quadro, il Brasile sconta anche un posizionamento intermedio nella prontezza all’intelligenza artificiale: 22° nel Government AI Readiness Index, lontano dai leader Stati Uniti e Singapore, con carenze nella capacità computazionale e nella formazione di talenti specializzati.

Le prospettive a breve sono segnate dall’incertezza elettorale e dal dibattito su riforme del lavoro come la possibile abolizione della scala 6x1, che secondo le confederazioni industriali brasiliane potrebbe aumentare i costi del lavoro fino al 17% in alcuni comparti, penalizzando soprattutto le micro e piccole imprese. Con la Selic attesa ancora in doppia cifra fino a fine anno e l’inflazione in ripresa, gli osservatori guardano alle prossime decisioni della banca centrale e all’evoluzione della domanda interna come ai veri banchi di prova per invertire la spirale negativa della competitività.

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pragmatismoscetticismo

Il crollo del Brasile al 65° posto nella classifica di competitività, insieme al calo della produzione di acciaio e alla contrazione industriale, mette a nudo le profonde debolezze strutturali della maggiore economia latinoamericana. Costi del capitale elevati, lacune educative e un sistema fiscale oneroso stanno erodendo la capacità del paese di attrarre investimenti e sostenere la crescita, sollevando preoccupazioni per l'intera regione.

Stampa atlantica / anglosfera/ economica
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Il drammatico scivolone del Brasile nelle classifiche di competitività globale è un severo monito del fallimento delle riforme, con la produzione di acciaio in calo e le piccole industrie che cedono sotto costi elevati. La stampa economica anglo-americana lo considera l'esito prevedibile di errori politici cronici, tassi d'interesse elevati e un regime fiscale non competitivo, sollevando dubbi sull'intera narrazione di crescita latinoamericana.

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