
Petrolio volatile: l'accordo USA-Iran riapre Hormuz, ma i negoziati slittano
Il Brent perde quasi il 9% in settimana dopo la riapertura dello Stretto di Hormuz, ma il rinvio dei colloqui tecnici e le tensioni in Libano riaccendono la volatilità.
Venerdì 19 giugno i prezzi del petrolio hanno chiuso una settimana di forti oscillazioni: il Brent, dopo essere sceso giovedì ai minimi da inizio marzo a circa 76,6 dollari, è risalito sopra quota 80 dollari nel corso della seduta, per poi attestarsi intorno a 79,7-80,2 dollari al barile. Il WTI ha mostrato andamenti analoghi. La perdita settimanale resta comunque marcata, intorno al 9% per il Brent e al 10% per il greggio americano, innescata dalla firma, il 18 giugno, di un memorandum d'intesa tra Stati Uniti e Iran che prevede la riapertura dello Stretto di Hormuz e il progressivo ritorno del petrolio iraniano sui mercati globali.
L'intesa provvisoria ha immediatamente consentito il transito di diverse petroliere, tra cui tre navi saudite con 6 milioni di barili, attraverso il corridoio da cui passa un quinto del commercio mondiale di greggio e GNL. Gli analisti stimano che oltre 85 milioni di barili bloccati nel Golfo Persico potrebbero essere immessi nei circuiti internazionali, mentre Kuwait e Iraq hanno già annunciato la revoca delle clausole di forza maggiore e la graduale ripresa della produzione. Tuttavia, nella giornata di venerdì il quadro si è complicato: la Svizzera ha confermato che l'incontro tecnico previsto tra le delegazioni è stato annullato dopo che il vicepresidente americano JD Vance ha rinunciato al viaggio, ufficialmente per questioni logistiche, ma sullo sfondo restano le accuse iraniane di violazione dell'accordo a causa dei continui raid israeliani nel sud del Libano.
Da Londra a New York, gli operatori interpretano questi segnali come un monito sulla fragilità del percorso diplomatico. «Non è lo scenario geopolitico che darebbe al mercato fiducia in una rapida normalizzazione dei transiti a Hormuz», ha sintetizzato Vandana Hari di Vanda Insights. Anche Helima Croft di RBC Capital Markets ha elencato i rischi: problemi logistici, opposizione del Congresso americano e la persistente offensiva israeliana contro Hezbollah, nonostante l'annuncio di un cessate il fuoco entrato in vigore nel pomeriggio di venerdì. Le banche d'affari hanno intanto aggiornato le previsioni: Citi assegna una probabilità del 60% a uno scenario di normalizzazione sostenuta, con surplus di offerta e prezzi in calo verso 60-65 dollari entro il primo trimestre 2027; Commerzbank ha ridotto la stima sul Brent a 80 dollari per fine anno, pur ritenendo che i corsi resteranno sopra i livelli pre-conflitto per buona parte del 2026.
Per l'Europa e l'Italia, che dipendono in misura significativa dalle importazioni di greggio via Hormuz, l'evoluzione resta carica di implicazioni. Un ritorno stabile dei flussi e la revoca delle sanzioni sul petrolio iraniano potrebbero alleviare la pressione sui costi energetici e sull'inflazione, ma il processo richiederà mesi: gli analisti di Argus Media stimano da quattro a sei mesi per recuperare i volumi pre-bellici, mentre il dragaggio delle mine nello stretto potrebbe richiedere fino a trenta giorni. Il prossimo banco di prova sarà la tenuta del cessate il fuoco israelo-libanese e la capacità delle parti di riallacciare un canale negoziale credibile, passaggi da cui dipenderà la trasformazione dell'attuale tregua provvisoria in un accordo definitivo.
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La riapertura dello Stretto di Hormuz e l'accordo provvisorio tra Stati Uniti e Iran hanno portato un grande sollievo ai mercati petroliferi, facendo scendere il greggio sotto gli 80 dollari. Le petroliere stanno nuovamente attraversando il passaggio strategico, allentando i timori sull'offerta. Per i paesi importatori, questo segnala un gradito ritorno alla stabilità e a costi energetici più bassi.
I prezzi del petrolio sono scesi venerdì mentre le prime petroliere attraversavano lo Stretto di Hormuz riaperto dopo l'accordo di pace tra USA e Iran, migliorando le prospettive di offerta globale. Sia il Brent che il WTI hanno toccato i minimi da inizio marzo. Il passaggio del greggio attraverso questo collo di bottiglia strategico segnala un allentamento concreto delle interruzioni di fornitura che avevano scosso i mercati.
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