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Cercare tecnologie aliene non più solo nei segnali radio, ma nella polvere lunare e con l’intelligenza artificiale

Due nuove proposte scientifiche spostano la ricerca di civiltà extraterrestri verso le tracce fisiche abbandonate nel Sistema solare, dai grani di regolite a oggetti anomali individuati dagli algoritmi.

Per decenni la ricerca di intelligenza extraterrestre si è concentrata sull’ascolto di segnali elettromagnetici anomali, nella speranza di intercettare una trasmissione deliberata o una fuga radio. Due studi recenti, presentati in sedi diverse e non ancora sottoposti a revisione paritaria, suggeriscono ora un cambio di strategia: cercare manufatti fisici, relitti tecnologici che possano sopravvivere per milioni o miliardi di anni anche dopo la scomparsa della civiltà che li ha prodotti.

Il primo contributo, firmato dall’astrofisico Brian Lacki dell’Università di Oxford e apparso sul archivio arXiv, teorizza che tecnologie aliene collassate possano essersi polverizzate in grani microscopici – i cosiddetti “technograins” – sospinti dal vento solare attraverso la galassia. La Via Lattea non è immobile: il nostro Sistema solare, orbitando, attraversa regioni di spazio che potrebbero contenere questo pulviscolo. Superfici geologicamente inattive come la regolite lunare, sostiene Lacki, potrebbero averlo catturato e conservato intatto per ere geologiche. Non si tratterebbe quindi di individuare sonde o megastrutture, ma di setacciare la polvere di casa nostra alla ricerca di una testimonianza microscopica e involontaria di predecessori estinti.

Il secondo approccio, descritto in un articolo presentato all’Unione Astronomica Internazionale da T. Joseph W. Lazio, punta invece su oggetti di scala maggiore che potrebbero già trovarsi nel Sistema solare: sonde abbandonate, stadi di razzi di origine non terrestre, manufatti su asteroidi o lune. Il problema, osserva Lazio, non è tanto trovarli – vaste regioni del Sistema solare esterno sono ancora osservate a risoluzione insufficiente per notare corpi di un chilometro – quanto riconoscerli. Un oggetto dalla traiettoria insolita, dalla temperatura anomala o dalla composizione spettrale inusuale richiederebbe risorse osservative considerevoli per essere distinto da un fenomeno naturale. L’esempio del 2020 SO, inizialmente scambiato per un asteroide e poi identificato come un vecchio stadio Centaur terrestre, mostra quanto sia facile confondere un artefatto con un corpo celeste. Per setacciare gli enormi archivi di immagini planetarie, Lazio propone di addestrare algoritmi di apprendimento automatico capaci di segnalare automaticamente i candidati più promettenti.

Entrambe le proposte si collocano in un quadro di scetticismo misurato che attraversa la comunità scientifica internazionale. Analisti in Europa e negli Stati Uniti ricordano che le distanze interstellari restano un ostacolo formidabile: anche il viaggio verso Proxima Centauri con la sonda più veloce mai costruita richiederebbe oltre seimila anni, e le velocità relativistiche porterebbero con sé problemi di dilatazione temporale e di energia proibitiva. La biosfera terrestre, inoltre, potrebbe essere tossica per forme di vita evolutesi altrove. Eppure, come sottolineano i ricercatori del programma Breakthrough Listen, l’assenza di prove non equivale a prova di assenza, e la moltiplicazione dei pianeti extrasolari conosciuti – oltre 6200 – rende statisticamente sempre più plausibile l’esistenza di altre civiltà.

Il prossimo passaggio concreto sarà la validazione accademica: per lo studio di Lacki la revisione paritaria, per il contributo di Lazio l’eventuale adozione delle sue linee guida da parte dei grandi archivi astronomici. Nel frattempo, missioni come Artemis che riporteranno campioni lunari sulla Terra offriranno materiale inedito su cui testare, per la prima volta in laboratorio, l’ipotesi dei technograins.

Come la stessa storia è raccontata altrove.

2 gruppi editoriali · 5 lingue

32%
TonoTemperaturaFocusPosizionamentoOrizzonte
Stampa europea continentaleStampa atlantica / anglosfera
Stampa europea continentale/ mediterranea
pragmatismodistacco

La ricerca di intelligenza extraterrestre si sta spostando verso le tecnofirme passive, con proposte di usare l'intelligenza artificiale per esplorare il sistema solare alla ricerca di sonde o artefatti. Un rapporto presentato all'Unione Astronomica Internazionale evidenzia che vaste regioni e numerosi oggetti rimangono poco esplorati, e che anche corpi di piccole dimensioni potrebbero essere individuati con nuovi metodi.

Stampa atlantica / anglosfera
scetticismopragmatismo

La polvere lunare potrebbe conservare resti polverizzati di tecnologia aliena appartenuta a civiltà estinte, secondo un astrofisico. Granelli minuscoli di tecnologia distrutta, trasportati dal vento solare, potrebbero essersi depositati sul suolo lunare, offrendo una tecnofirma passiva che possiamo cercare senza presupporre una presenza attiva.

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venerdì 19 giugno 2026

Cercare tecnologie aliene non più solo nei segnali radio, ma nella polvere lunare e con l’intelligenza artificiale

Due nuove proposte scientifiche spostano la ricerca di civiltà extraterrestri verso le tracce fisiche abbandonate nel Sistema solare, dai grani di regolite a oggetti anomali individuati dagli algoritmi.

Per decenni la ricerca di intelligenza extraterrestre si è concentrata sull’ascolto di segnali elettromagnetici anomali, nella speranza di intercettare una trasmissione deliberata o una fuga radio. Due studi recenti, presentati in sedi diverse e non ancora sottoposti a revisione paritaria, suggeriscono ora un cambio di strategia: cercare manufatti fisici, relitti tecnologici che possano sopravvivere per milioni o miliardi di anni anche dopo la scomparsa della civiltà che li ha prodotti.

Il primo contributo, firmato dall’astrofisico Brian Lacki dell’Università di Oxford e apparso sul archivio arXiv, teorizza che tecnologie aliene collassate possano essersi polverizzate in grani microscopici – i cosiddetti “technograins” – sospinti dal vento solare attraverso la galassia. La Via Lattea non è immobile: il nostro Sistema solare, orbitando, attraversa regioni di spazio che potrebbero contenere questo pulviscolo. Superfici geologicamente inattive come la regolite lunare, sostiene Lacki, potrebbero averlo catturato e conservato intatto per ere geologiche. Non si tratterebbe quindi di individuare sonde o megastrutture, ma di setacciare la polvere di casa nostra alla ricerca di una testimonianza microscopica e involontaria di predecessori estinti.

Il secondo approccio, descritto in un articolo presentato all’Unione Astronomica Internazionale da T. Joseph W. Lazio, punta invece su oggetti di scala maggiore che potrebbero già trovarsi nel Sistema solare: sonde abbandonate, stadi di razzi di origine non terrestre, manufatti su asteroidi o lune. Il problema, osserva Lazio, non è tanto trovarli – vaste regioni del Sistema solare esterno sono ancora osservate a risoluzione insufficiente per notare corpi di un chilometro – quanto riconoscerli. Un oggetto dalla traiettoria insolita, dalla temperatura anomala o dalla composizione spettrale inusuale richiederebbe risorse osservative considerevoli per essere distinto da un fenomeno naturale. L’esempio del 2020 SO, inizialmente scambiato per un asteroide e poi identificato come un vecchio stadio Centaur terrestre, mostra quanto sia facile confondere un artefatto con un corpo celeste. Per setacciare gli enormi archivi di immagini planetarie, Lazio propone di addestrare algoritmi di apprendimento automatico capaci di segnalare automaticamente i candidati più promettenti.

Entrambe le proposte si collocano in un quadro di scetticismo misurato che attraversa la comunità scientifica internazionale. Analisti in Europa e negli Stati Uniti ricordano che le distanze interstellari restano un ostacolo formidabile: anche il viaggio verso Proxima Centauri con la sonda più veloce mai costruita richiederebbe oltre seimila anni, e le velocità relativistiche porterebbero con sé problemi di dilatazione temporale e di energia proibitiva. La biosfera terrestre, inoltre, potrebbe essere tossica per forme di vita evolutesi altrove. Eppure, come sottolineano i ricercatori del programma Breakthrough Listen, l’assenza di prove non equivale a prova di assenza, e la moltiplicazione dei pianeti extrasolari conosciuti – oltre 6200 – rende statisticamente sempre più plausibile l’esistenza di altre civiltà.

Il prossimo passaggio concreto sarà la validazione accademica: per lo studio di Lacki la revisione paritaria, per il contributo di Lazio l’eventuale adozione delle sue linee guida da parte dei grandi archivi astronomici. Nel frattempo, missioni come Artemis che riporteranno campioni lunari sulla Terra offriranno materiale inedito su cui testare, per la prima volta in laboratorio, l’ipotesi dei technograins.

Divergenza delle fonti

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32%Media

Quanto le fonti raccontano gli stessi fatti in modo diverso.

Come si dividono

Neutrale80%
Critico20%

Come la stessa storia è raccontata altrove.

2 gruppi editoriali · 5 lingue

TonoTemperaturaFocusPosizionamentoOrizzonte
Stampa europea continentaleStampa atlantica / anglosfera
Stampa europea continentale/ mediterranea
pragmatismodistacco

La ricerca di intelligenza extraterrestre si sta spostando verso le tecnofirme passive, con proposte di usare l'intelligenza artificiale per esplorare il sistema solare alla ricerca di sonde o artefatti. Un rapporto presentato all'Unione Astronomica Internazionale evidenzia che vaste regioni e numerosi oggetti rimangono poco esplorati, e che anche corpi di piccole dimensioni potrebbero essere individuati con nuovi metodi.

Stampa atlantica / anglosfera
scetticismopragmatismo

La polvere lunare potrebbe conservare resti polverizzati di tecnologia aliena appartenuta a civiltà estinte, secondo un astrofisico. Granelli minuscoli di tecnologia distrutta, trasportati dal vento solare, potrebbero essersi depositati sul suolo lunare, offrendo una tecnofirma passiva che possiamo cercare senza presupporre una presenza attiva.

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