
Brasile nel mirino dei dazi USA: scadenza il 15 luglio, negoziati in stallo
Mentre Washington si prepara a decidere su nuove tariffe del 25% contro le esportazioni brasiliane, Brasilia cerca un'intesa last-minute, ma lo spazio per un accordo appare ridotto.
La scadenza del 15 luglio per l’annuncio di nuovi dazi statunitensi su migliaia di prodotti brasiliani cristallizza una tensione commerciale che va oltre il semplice protezionismo. L’indagine avviata dall’Ufficio del Rappresentante per il Commercio (USTR) ai sensi della Sezione 301, che contesta al Brasile pratiche che spaziano dalla deforestazione illegale al sistema di pagamenti Pix, potrebbe tradursi in una sovrattassa del 25% su circa 4.200 voci doganali, per un valore di 15 miliardi di dollari. A questa si aggiungerebbe un ulteriore 12,5% legato a un’inchiesta parallela sul lavoro forzato, portando l’aliquota complessiva fino al 37,5% e mettendo fuori mercato intere filiere, dal caffè solubile ai semilavorati in legno.
Secondo fonti di Brasilia, il governo Lula ha presentato a Washington un “percorso” di impegni su sei aree sensibili – dalla proprietà intellettuale alla lotta alla corruzione – ma ha escluso qualsiasi concessione sul Pix, ritenuto innegoziabile. L’inviato commerciale Jamieson Greer ha pubblicamente riconosciuto che “la distanza tra le parti resta ampia”, alimentando lo scetticismo sulla possibilità di un rinvio. Dal punto di vista degli analisti europei, la vicenda brasiliana si inserisce in un quadro più ampio di ridefinizione unilaterale delle regole commerciali da parte dell’amministrazione Trump, che utilizza i dazi anche come leva politica: nel caso del Brasile, le accuse di trattamento iniquo verso l’ex presidente Bolsonaro hanno colorato l’intera procedura.
L’impatto non sarebbe limitato all’economia brasiliana. Le associazioni industriali statunitensi, dalla Camera di Commercio americana alla National Association of Manufacturers, hanno segnalato che molte importazioni dal Brasile non hanno sostituti domestici e che i dazi si tradurrebbero in aumenti di prezzo per i consumatori e perdita di competitività per le imprese. In un contesto in cui la quota degli Stati Uniti sul commercio estero brasiliano è già scesa all’11,2% nei primi mesi del 2026, Bruxelles osserva con attenzione: un eventuale dirottamento di flussi commerciali brasiliani verso l’Europa potrebbe acuire le pressioni su settori già esposti alla concorrenza globale, ma anche aprire spazi per un rafforzamento delle relazioni commerciali UE-Mercosur.
Sul fronte politico interno, il senatore Flávio Bolsonaro ha cercato di capitalizzare la crisi, recandosi a Washington per perorare la causa brasiliana e attribuendo al governo Lula la responsabilità delle tensioni. La sua mossa, letta da osservatori sudamericani come un tentativo di accreditarsi quale interlocutore privilegiato dell’amministrazione Trump, non sembra tuttavia aver modificato i termini del negoziato. L’ipotesi di un rinvio, che regalerebbe una vittoria politica al figlio dell’ex presidente, è giudicata remota dagli stessi negoziatori brasiliani.
La decisione attesa per mercoledì rappresenta un banco di prova per la tenuta del sistema commerciale multilaterale. Mentre l’India, in un analogo braccio di ferro con Washington, ha scelto di prendere tempo forte di una crescita economica robusta e di nuovi accordi con Londra e Bruxelles, il Brasile si trova con margini di manovra più ristretti. Qualunque sia l’esito, la vicenda conferma che la politica tariffaria statunitense è ormai strutturalmente intrecciata a dinamiche geopolitiche e a cicli elettorali, con conseguenze che si propagano ben oltre i confini dei paesi direttamente colpiti.
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Il Brasile affronta una crisi tariffaria imposta dagli USA; il governo Lula deve calibrare la reazione mentre i settori produttivi temono gli impatti.
Alternando dichiarazioni ufficiali e preoccupazioni imprenditoriali, il blocco crea una narrazione credibile di incertezza e negoziazione, personificando lo stato come attore chiave.
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La Russia rafforza il controllo sulle importazioni per proteggere la propria industria leggera, indipendentemente dalle tensioni commerciali globali.
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