
Il vertice di Washington sul 'terrorismo rosso' e l'adesione sofferta dell'Italia
L'amministrazione Trump convoca oltre sessanta Paesi per discutere la minaccia dell'estremismo di sinistra transnazionale, mentre Roma oscilla tra il no iniziale e la decisione di inviare un sottosegretario leghista.
Il 15 e 16 luglio si terrà a Washington un vertice internazionale convocato dal segretario di Stato Marco Rubio sul «risorgere del terrorismo politico transnazionale di estrema sinistra». Dopo un iniziale rifiuto, il governo italiano ha deciso di partecipare con un sottosegretario all'Interno, il leghista Nicola Molteni, su impulso diretto di Giorgia Meloni. La scelta, maturata in poche ore, ha suscitato la reazione delle opposizioni, che accusano l'esecutivo di subalternità alla propaganda trumpiana, e si inserisce in un più ampio ripensamento delle priorità di sicurezza statunitensi.
Secondo fonti dell'amministrazione statunitense, l'iniziativa mira a costruire una cooperazione internazionale contro reti violente che, a differenza del terrorismo jihadista, sarebbero state a lungo sottovalutate. L'invito, esteso a oltre sessanta governi, include in modo particolare Messico e Brasile, Paesi con esecutivi di sinistra, e si appoggia su un ordine esecutivo con cui Trump ha già designato i movimenti «antifa» come organizzazione terroristica interna. L'organizzazione del vertice è affidata a Sebastian Gorka, figura controversa con legami con ambienti suprematisti, il che ha alimentato i timori di una strumentalizzazione politica in vista delle elezioni di midterm di novembre, dove i repubblicani rischiano di perdere la maggioranza.
In Europa, la convocazione è stata accolta con scetticismo. Diversi diplomatici del continente, secondo quanto riportato dal Washington Post, hanno parlato di «nuovo maccartismo» e hanno scelto di mantenere un profilo basso, limitandosi a rappresentanze di secondo piano. L'Italia, con la sua adesione, si distingue: per gli analisti di Bruxelles, la mossa conferma la volontà di Meloni di preservare l'asse con l'ala conservatrice repubblicana anche dopo le recenti frizioni con Trump, utilizzando la lotta al «pericolo rosso» come collante ideologico. Non a caso, Fratelli d'Italia e Lega avevano già rilanciato in passato l'allarme su presunte violenze di matrice antagonista, con un disegno di legge leghista che proponeva pene severe per i gruppi «antifa».
La cornice in cui si colloca il vertice è quella di una destra americana che agita lo spettro del comunismo per compattare il proprio elettorato. Trump ha descritto i democratici socialisti come «comunisti che vogliono distruggere il Paese», accomunando sotto questa etichetta figure come Alexandria Ocasio-Cortez e il sindaco di New York Zohran Mamdani, espressione di un'ala progressista che ha ottenuto recenti vittorie nelle primarie democratiche. Secondo i sondaggi, tuttavia, il consenso per il presidente è in calo, e l'enfasi sulla minaccia interna risponde, nell'ottica di molti osservatori, all'esigenza di distogliere l'attenzione dalle difficoltà economiche e dalla guerra in Iran. Il vertice di luglio si preannuncia quindi come un passaggio delicato: per Washington sarà l'occasione per testare la disponibilità degli alleati a ridefinire le categorie della sicurezza globale; per Roma, un banco di prova della sua capacità di bilanciare il legame transatlantico con le perplessità dei partner europei.
| Stampa europea continentale | −0.60 | critical |
|---|---|---|
| Stampa latinoamericana | 0.00 | neutral |
L'Europa continentale denuncia la strumentalizzazione elettorale del terrorismo da parte di Trump e critica l'Italia per aver ceduto alle pressioni americane.
Si costruisce una narrazione di minaccia rossa per giustificare attacchi politici interni, e si evidenzia la contraddizione tra la retorica di Trump e la realtà di un pericolo marginale.
Manca qualsiasi riconoscimento di atti concreti di violenza di estrema sinistra che potrebbero giustificare il vertice, concentrandosi esclusivamente sulle motivazioni politiche di Trump.
L'America Latina osserva con distacco la mossa di Washington, analizzandone le possibili conseguenze strategiche senza allinearsi alla retorica di Trump.
Si adotta un tono descrittivo e si evita di prendere posizione, presentando l'evento come un dato di fatto geopolitico da valutare.
Manca il dibattito europeo interno e le critiche alla partecipazione italiana, così come il contesto elettorale della retorica di Trump.
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