
Aoun sfida Hezbollah: “Il negoziato con Israele va avanti, l’alternativa è restare un’arma di Teheran”
Il presidente libanese rivendica la scelta del dialogo diretto e avverte: la questione delle armi si risolve solo quando la fedeltà del Partito di Dio diventerà libanese, non iraniana.
La decisione del presidente libanese Joseph Aoun di procedere con il negoziato diretto con Israele, incassando la mediazione statunitense, segna un punto di rottura con l’ala politica di Hezbollah e con i suoi alleati interni. In una serie di incontri e dichiarazioni pubbliche, Aoun ha escluso ogni ripensamento: «Non tornerò indietro», ha affermato, definendo la scelta «difficile» ma l’unica in grado di affermare la sovranità dello Stato e di sottrarre il Libano alle conseguenze di una guerra «imposta dall’esterno». Secondo fonti vicine alla presidenza, l’accordo quadro firmato con Israele sotto garanzia americana viene considerato uno strumento imperfetto ma con una probabilità di successo del 50 per cento, nettamente superiore a quella di un conflitto che, a detta di Beirut, non ha restituito né territori né sfollati alle loro case.
La replica del Partito di Dio è stata immediata e radicale. Il segretario generale Naim Qassem ha bollato l’intesa come «nulla e priva di validità», ribadendo la continuità della «resistenza armata». Il presidente del Parlamento Nabih Berri, alleato storico del movimento, ha messo in guardia contro il rischio di una frattura nazionale e ha sostenuto che l’accordo non troverà attuazione. Nell’ottica di Teheran, che attraverso Hezbollah mantiene una leva strategica sul fronte mediterraneo, il negoziato diretto con Israele rappresenta una minaccia alla propria architettura di influenza regionale. Non a caso Aoun ha rivelato di aver inviato a Teheran un emissario cristiano per ribadire che le relazioni devono intendersi «da Stato a Stato» e ha accusato le dichiarazioni dei Guardiani della rivoluzione di aver fatto deragliare il primo tentativo di creare aree pilota nel sud del Paese.
Sul fronte interno, la visita del leader delle Forze Libanesi Samir Geagea al palazzo di Baabda ha consolidato un fronte cristiano-maronita a sostegno della linea presidenziale. Geagea ha insistito sulla necessità di uno Stato realmente funzionante, con un esercito unico e una sola forza armata, e ha chiarito che «non spetta a Hezbollah decidere cosa debba fare lo Stato». Secondo gli ambienti vicini alla presidenza, Aoun intende spiegare a Donald Trump, in occasione dell’invito alla Casa Bianca, che la questione delle armi del partito sciita va affrontata all’interno del Libano, con una strategia sociale, economica e di sicurezza che aggredisca le cause profonde della militarizzazione, e non con un’operazione di disarmo imposta dall’esterno. Il presidente ha inoltre avvertito che se Hezbollah non coopererà allo sforzo per chiudere il fronte meridionale, si assumerà la responsabilità di dimostrare che la sua fedeltà resta iraniana e non libanese.
La cornice regionale resta tesa. L’esercito israeliano continua a colpire villaggi del sud, mentre l’esercito libanese si prepara a dispiegarsi nelle aree pilota non appena scatterà il ritiro israeliano, secondo quanto discusso da Aoun con il comandante delle forze armate. Il presidente ha espresso un cauto ottimismo su «passi positivi sul terreno» già dalla prossima settimana, ma ha anche paventato un aggravamento della situazione regionale con possibili ripercussioni interne. Per l’Europa, e in particolare per l’Italia che guida la missione UNIFIL e condivide con il Libano una prossimità mediterranea, la stabilizzazione del Paese dei cedri è un interesse diretto: un collasso della tregua o una nuova escalation avrebbero conseguenze immediate sui flussi migratori e sulla sicurezza del fianco sud dell’Unione. I prossimi passaggi concreti includono la visita di Aoun a Washington, l’arrivo di una delegazione americana a Beirut per definire le aree pilota e l’avvio dei colloqui sulle tredici punti di confine contesi con Israele, mentre resta in sospeso il dossier siriano, su cui Beirut attende ancora una risposta da Damasco.
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| Stampa arabo levante-Maghreb | 0.00 | neutral |
Hezbollah e i suoi alleati denunciano il presidente Aoun per aver ceduto alle pressioni americane e israeliane, mettendo in pericolo la resistenza libanese.
Presentano la mossa di Aoun come un tradimento dell'eredità della resistenza e come incostituzionale, delegittimando così il processo negoziale.
Il blocco omette il sostegno interno alla posizione negoziale di Aoun e le critiche ai legami di Hezbollah con l'Iran.
Il presidente Aoun e i suoi alleati affermano il diritto dello Stato di negoziare e criticano la fedeltà estera di Hezbollah.
Presentano Aoun come l'incarnazione della sovranità libanese, contrapponendolo a Hezbollah come agente straniero, rendendo la negoziazione una questione di identità nazionale.
Il blocco omette le obiezioni costituzionali di Hezbollah e il sostegno popolare alla resistenza.
Attori libanesi sia pro-Aoun che pro-Hezbollah esprimono le loro posizioni contrastanti, riflettendo il dibattito interno.
Presentando entrambi i lati senza prendere una posizione chiara, il blocco descrive la questione come un legittimo disaccordo politico all'interno del Libano.
Il blocco omette il contesto geopolitico regionale e i dettagli specifici dell'accordo quadro.
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