
L’ultimatum di Zelensky a Minsk spegne i ripetitori dei droni russi
Dopo la minaccia di colpire il territorio bielorusso, Kiev annuncia la cessazione delle attività delle stazioni di guida per i velivoli senza pilota, mentre Mosca intensifica le pressioni su Lukashenko.
Il 22 giugno i ripetitori situati lungo il confine tra Bielorussia e Ucraina, utilizzati secondo Kiev per indirizzare gli attacchi dei droni a lungo raggio russi, hanno cessato di funzionare. Lo ha comunicato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, a tre giorni da un ultimatum pubblico che concedeva a Minsk una settimana per smantellare le apparecchiature, pena un intervento diretto delle forze armate di Kiev. La leadership bielorussa non ha commentato ufficialmente né l’intimazione né l’annunciata interruzione, e fonti indipendenti non hanno ancora verificato se gli apparati siano stati fisicamente rimossi o soltanto disattivati.
Secondo l’amministrazione ucraina, le stazioni costituivano un nodo essenziale delle reti mesh che consentono ai droni d’attacco russi – in particolare i modelli Geran e Gerbera – di mantenere un collegamento video stabile con gli operatori anche a centinaia di chilometri di distanza. La loro presenza sul territorio bielorusso, nelle regioni di Brest e Gomel, avrebbe permesso di colpire con maggiore precisione obiettivi nell’area di Kiev. Negli ambienti diplomatici europei si osserva che la mossa di Zelensky segna un inasprimento della postura ucraina verso Minsk, finora attenta a non provocare un allargamento del conflitto, e riflette il timore che la Bielorussia possa trasformarsi in una piattaforma operativa ancora più integrata per le forze russe.
La vicenda si inserisce in una fase di pressioni incrociate su Alexander Lukashenko. Da un lato, secondo fonti russe ed europee citate dal Wall Street Journal, il Cremlino starebbe usando la leva finanziaria – indispensabile per la tenuta economica del paese – per convincere Minsk ad aprire un secondo fronte o a condurre operazioni contro i vicini della NATO, così da alleggerire la pressione sul Donbass. Dall’altro, il presidente bielorusso ha ripetuto in giugno che il suo paese non intende entrare in guerra, consapevole della vulnerabilità delle proprie infrastrutture critiche a un’eventuale rappresaglia ucraina. L’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva, guidata da Mosca, ha reagito all’ultimatum denunciando una crescente tensione alla frontiera, mentre fonti diplomatiche americane segnalano un cauto riavvicinamento tra Washington e Minsk, motivato dalla ricerca di canali per la liberazione di prigionieri politici e dalla volontà di limitare l’influenza russa.
Per l’Europa e l’Italia, l’episodio conferma la progressiva estensione del conflitto oltre le linee del fronte, con il coinvolgimento di infrastrutture tecniche in Stati terzi e il rischio di incidenti che potrebbero innescare una reazione a catena. La Bielorussia ospita già armi nucleari tattiche russe e il suo spazio aereo è attraversato con frequenza crescente da droni, alcuni dei quali, secondo Minsk, sarebbero lanciati deliberatamente da Kiev. Al momento, non vi sono indicazioni che la Russia abbia ottenuto un impegno militare diretto di Lukashenko, ma il dossier resta aperto: la prossima verifica riguarderà l’effettiva rimozione fisica dei ripetitori, mentre l’Ucraina continua a monitorare la situazione e non esclude azioni unilaterali qualora le stazioni tornassero operative.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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Zelenskyj si è inventato la storia dei ripetitori in Bielorussia per poi cantare vittoria dopo la loro presunta disattivazione. Un ex deputato ucraino ha deriso la trovata, definendola una fantasia politica che supplisce alla mancanza di veri successi. La narrazione suggerisce che Kiev fabbrichi minacce per rivendicare trionfi immaginari.
L'ultimatum di Zelenskyj a Minsk ha funzionato: la Bielorussia avrebbe spento le stazioni relè che aiutavano i droni russi. È visto come un raro segnale che un duro avvertimento all'alleato del Cremlino Lukashenko può produrre risultati. La mossa è celebrata come un successo concreto della pressione ucraina.
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