
Washington e Teheran firmano un’intesa in quattordici punti: cessate il fuoco immediato e riapertura dello Stretto di Hormuz
Il memorandum firmato a distanza da Trump e Pezeshkian congela le ostilità su tutti i fronti, rinviando però i nodi più spinosi del nucleare e dei missili a un negoziato di sessanta giorni in Svizzera.
Con una mossa che ridisegna d’un tratto gli equilibri del Medio Oriente, nella serata di mercoledì i presidenti Donald Trump e Masoud Pezeshkian hanno siglato a distanza un memorandum di quattordici punti, battezzato «Intesa di Islamabad», che impone la fine immediata e permanente delle operazioni militari su tutti i fronti, Libano compreso. Il testo, letto da un alto funzionario americano e poi diffuso integralmente da emittenti arabe e persiane, impegna le parti e i rispettivi alleati a non minacciare né usare la forza, a rispettare la sovranità e l’integrità territoriale reciproca e a garantire la sicurezza del Libano. In cambio, Teheran ottiene la riapertura dello Stretto di Hormuz e la rimozione del blocco navale statunitense sui porti iraniani, mentre Washington vede alleggerite alcune restrizioni finanziarie contro la Repubblica Islamica e incassa l’impegno a distruggere le scorte di «polvere nucleare» – l’uranio arricchito a livelli prossimi alla soglia militare – nel quadro di futuri colloqui tecnici.
L’intesa non comporta un ritiro immediato delle forze americane dalla regione, precisano fonti dell’amministrazione, e rinvia a un accordo finale le questioni più divisive: lo smantellamento completo del programma atomico iraniano e il destino dell’arsenale missilistico. Su quest’ultimo punto, da Teheran il portavoce del ministero degli Esteri ha avvertito che «i nostri missili non amano che si parli di loro», mentre un membro della commissione sicurezza nazionale del Majles ha escluso qualsiasi negoziato sulla capacità balistica. Lo stesso Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del Parlamento e firmatario dell’intesa assieme al vicepresidente americano J.D. Vance, ha ricordato di aver trattato con l’uomo che «ha ucciso Qassem Soleimani», lasciando trasparire la durezza psicologica del compromesso. La Repubblica Islamica, ha aggiunto il portavoce Baghai, intende inoltre percepire compensi per i servizi di transito nello Stretto di Hormuz, trasformando un obbligo internazionale in una voce di reddito.
Le reazioni internazionali misurano la portata dell’evento. Dall’Europa, il presidente francese Macron ha salutato l’intesa come una via per ridurre i prezzi dell’energia per i cittadini francesi – un segnale che a Bruxelles e a Roma si segue con attenzione, perché la riapertura del corridoio petrolifero del Golfo alleggerirebbe la pressione sui mercati globali e sulle bollette italiane, ancora esposte alla volatilità del Brent. I futures del greggio hanno infatti registrato un immediato calo. Il primo ministro australiano ha parlato di un contributo alla riduzione delle tensioni, mentre da Pechino si osserva con il consueto pragmatismo un accordo che stabilizza una regione cruciale per le forniture energetiche asiatiche.
Negli Stati Uniti, però, il memorandum ha scatenato critiche bipartisan. Nikki Haley lo ha definito «la ricostruzione della minaccia che l’America aveva preso di mira nella guerra», e il commentatore Mark Levin ha dichiarato di non credere che Teheran rispetterà gli impegni. L’amministrazione Trump replica per bocca di Vance: l’intesa è focalizzata sulla condotta concreta dell’Iran, non sui suoi slogan. Resta il fatto che il testo, tenuto inizialmente riservato e poi pubblicato dopo proteste, affida a un negoziato di sessanta giorni che si aprirà venerdì in Svizzera il compito di trasformare una tregua fragile in un’architettura di sicurezza duratura.
La partita vera, dunque, comincia adesso. Il memorandum congela le ostilità e restituisce al commercio globale la via d’acqua più strategica del pianeta, ma lascia in sospeso proprio i nodi che avevano portato allo scontro: la natura del programma nucleare iraniano, la proiezione missilistica, il ruolo delle milizie alleate. Per l’Italia e l’Europa, la posta in gioco è duplice: da un lato la speranza di un raffreddamento del prezzo dell’energia, dall’altro il rischio che un’intesa percepita come squilibrata alimenti nuove instabilità. I prossimi sessanta giorni diranno se l’inchiostro di Islamabad reggerà alla prova dei fatti.
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L'amministrazione statunitense ha reso pubblici i dettagli di un memorandum in 14 punti che sancisce un cessate il fuoco immediato e permanente su tutti i fronti, incluso il Libano, e la riapertura dello Stretto di Hormuz. L'intesa, firmata a distanza dai presidenti Trump e Pezeshkian, rappresenta un passo concreto verso la stabilizzazione regionale e la protezione degli interessi di sicurezza americani. Il documento stabilisce impegni vincolanti per evitare future escalation militari.
Il testo del memorandum temporaneo tra Washington e Teheran delinea un cessate il fuoco immediato e la riapertura dello Stretto di Hormuz, ma rinvia le questioni più spinose, come lo smantellamento del programma nucleare iraniano, a un negoziato finale. L'intesa, firmata a distanza, avvia un periodo di colloqui di 60 giorni in Svizzera, lasciando in sospeso i nodi cruciali. La cornice concordata appare più un rinvio che una soluzione definitiva.
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