
Volkswagen, il piano per 100mila licenziamenti scuote la Germania
La notizia di tagli record e chiusura di quattro stabilimenti tedeschi infiamma il dibattito sul futuro dell'auto europea, mentre in Brasile si esclude ogni impatto occupazionale.
Un'ondata di inquietudine ha attraversato la Germania dopo che la stampa economica tedesca ha rivelato l'esistenza di un piano interno di Volkswagen per eliminare fino a centomila posti di lavoro e cessare la produzione in quattro fabbriche – Zwickau, Hannover, Emden e lo stabilimento Audi di Neckarsulm. La direzione del gruppo non ha confermato ufficialmente le cifre, ma ha promesso una «trasformazione profonda» che sarà discussa nel consiglio di sorveglianza del 9 luglio. Se attuato, il ridimensionamento supererebbe per ampiezza il cosiddetto «massacro di Natale» della General Motors del 1991 e colpirebbe quasi un dipendente su sei del colosso di Wolfsburg.
La posta in gioco è la competitività del primo costruttore europeo, stretto tra la concorrenza cinese sui veicoli elettrici, i dazi americani, la debolezza della domanda interna e i costi di una transizione tecnologica affrontata con ritardo. L'utile operativo è crollato del 53% nel 2025, a 8,9 miliardi di euro, e nel primo trimestre 2026 ha segnato un ulteriore -14%. La recente cessione della partecipazione in Everllence, produttore di turbine industriali, per circa dieci miliardi di euro, rischia di essere assorbita dagli oneri di ristrutturazione anziché finanziare nuovi modelli. Secondo analisti di Francoforte, ciò riapre la discussione sulla dismissione di altri gioielli del gruppo, tra cui Ducati e Lamborghini – marchi che toccano direttamente l'industria italiana del lusso motoristico – o sulla quotazione del marchio americano Scout.
Sul fronte sindacale, i rappresentanti dei lavoratori e IG Metall hanno dichiarato di non aver ricevuto indicazioni su un obiettivo di centomila esuberi, superiore all'intesa già raggiunta per 35mila tagli nel solo marchio VW. Il governo federale, dal canto suo, ha affermato di voler evitare chiusure di stabilimenti, pur riconoscendo che la decisione spetta all'azienda. In Brasile, terzo mercato mondiale per Volkswagen, il sindacato dei metalmeccanici dell'ABC e la direzione locale hanno escluso ripercussioni occupazionali, citando un accordo di stabilità fino al 2028 e un piano di investimenti da 16 miliardi di real per il lancio di diciassette nuovi modelli.
La vicenda si inserisce in un quadro più ampio di deindustrializzazione che, secondo un sondaggio della società di consulenza Horváth, porterà entro il 2026 alla perdita di centomila posti di lavoro nell'industria tedesca, con i settori automobilistico, meccanico e delle costruzioni in prima linea. Il costo della crisi energetica per Berlino è stimato in 34 miliardi di euro tra 2026 e 2027. La riunione del consiglio di sorveglianza di luglio, dove i rappresentanti dei lavoratori detengono la metà dei seggi e la Bassa Sassonia può esercitare il diritto di veto, sarà il primo banco di prova per la strategia dell'amministratore delegato Oliver Blume e per la tenuta del modello di cogestione tedesco.
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Il più grande costruttore europeo si prepara a uno scontro frontale senza precedenti. I piani di risparmio radicali gettano nell'angoscia decine di migliaia di lavoratori, mentre direzione e famiglie proprietarie sembrano disposte a tutto pur di imporre tagli e chiusure. La trasformazione profonda promessa dall'azienda suona come una minaccia per l'intero tessuto industriale tedesco.
Il colosso che ha voltato le spalle alla Russia ora è costretto a svendere gli asset e a tagliare un posto di lavoro su sei. La crisi dell'auto tedesca viene letta come l'inevitabile conseguenza della fuga delle industrie dall'Europa, con centinaia di migliaia di posti a rischio entro il 2026. La dirigenza si trova di fronte a un dilemma amaro: investire i proventi delle vendite in nuove tecnologie o tappare le falle dell'inefficienza.
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