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Geopolitica e Politicagiovedì 2 luglio 2026

Trump attacca la Nato sui costi: «999 miliardi spesi, nessun beneficio». Il vertice di Ankara si preannuncia di resa dei conti

Il presidente americano cita cifre cumulative per accusare gli alleati di inadempienza, ma i dati dell’Alleanza mostrano che tutti i membri hanno raggiunto l’obiettivo del 2% del Pil e gli europei stanno colmando i vuoti lasciati dal disimpegno statunitense.

A pochi giorni dal vertice Nato di Ankara del 7 e 8 luglio, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha rilanciato la sua offensiva contro gli alleati, pubblicando su Truth Social una lista di spese per la difesa che assegna a Washington 999 miliardi di dollari, al Regno Unito 90,5, alla Francia 66,5, all’Italia 48,8 e alla Polonia 44,3, con la Germania e altri «molto più in basso». «Ridicolo», ha commentato, aggiungendo che gli Stati Uniti non traggono «alcun beneficio» dalla protezione offerta. La cifra americana, tuttavia, secondo il rapporto annuale della Nato, rappresenta la spesa cumulativa per la difesa nel periodo 2014-2025, non i soli esborsi destinati all’Alleanza, e include le missioni nell’Indo-Pacifico, in Medio Oriente e la modernizzazione nucleare. Il parametro concordato dai membri resta la percentuale del prodotto interno lordo, e su quel fronte il quadro è radicalmente mutato.

Secondo i dati dell’Alleanza atlantica, nel 2025 tutti i 32 membri hanno raggiunto per la prima volta la soglia del 2% del Pil fissata nel 2014. Gli alleati europei e il Canada hanno aumentato la spesa del 19,6% in termini reali, portandola a 574 miliardi di dollari. La Polonia guida la classifica con il 4,3% del Pil, seguita da Lettonia ed Estonia; la Germania ha incrementato il bilancio di oltre il 20% a 88,8 miliardi di euro, collocandosi al secondo posto nell’Alleanza, mentre l’Italia ha superato il 2% attestandosi al 2,01% con circa 45 miliardi di euro. Nell’ottica di Washington, tuttavia, l’obiettivo del 2% è ormai superato: l’amministrazione Trump chiede che i membri destinino almeno il 3,5% del Pil alla spesa militare e un ulteriore 1,5% alla protezione delle infrastrutture critiche entro il 2035, minacciando altrimenti una riduzione del contributo americano al bilancio comune.

La tensione finanziaria si intreccia con una crisi diplomatica più ampia. Durante la recente campagna militare contro l’Iran, l’Italia ha negato l’uso delle basi in Sicilia per il rifornimento dei velivoli statunitensi, scatenando una dura reazione di Trump, che ha accusato la premier Giorgia Meloni di averlo «pregato» per una foto al G7 – ricostruzione smentita da Palazzo Chigi. Negli ambienti della Nato si osserva che la pressione americana ha prodotto risultati concreti proprio perché i leader europei hanno temuto un disimpegno unilaterale. Il comandante delle forze terrestri statunitensi in Europa, generale Christopher Donahue, rimosso dall’incarico dopo aver elogiato la disponibilità degli alleati, aveva dichiarato che «la Nato è più forte che mai» e che gli europei sono pronti a fare di più. Parallelamente, il generale Alexus Grynkewich ha confermato che gli alleati stanno già colmando la maggior parte delle lacune lasciate dalla riduzione della presenza militare americana.

Sul piano economico, la tesi dell’assenza di benefici per gli Stati Uniti è contestata da analisti transatlantici: gli investimenti incrociati ammontano a circa 7.400 miliardi di dollari, il commercio annuale sfiora i 2.000 miliardi e il mercato europeo della difesa, su cui le imprese statunitensi si stanno posizionando aggressivamente, potrebbe valere 1.140 miliardi entro il 2035. Le basi americane in Europa restano un pilastro della proiezione di potenza globale di Washington. Il vertice di Ankara, che il segretario di Stato Marco Rubio ha definito «probabilmente il più importante della storia dell’organizzazione», affronterà anche il sostegno all’Ucraina, la postura verso la Russia e le tensioni con l’Iran. L’esito determinerà se l’Alleanza si avvierà verso un riequilibrio negoziato o verso una ridefinizione unilaterale dell’impegno americano.

Come la stessa storia è raccontata altrove.

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Stampa iraniana e affiniStampa indiana e sudasiatica
Stampa iraniana e affini/ Regime
IroniaDistacco

I media iraniani riportano l'ennesima lamentela di Trump sulle spese NATO, sottolineando il contributo sproporzionato degli Stati Uniti e la mancanza di benefici, con un tono di distaccata ironia sulle ricorrenti tensioni transatlantiche.

Stampa indiana e sudasiatica
ScetticismoPragmatismo

I media indiani verificano l'affermazione di Trump, notando che la cifra di 999 miliardi di dollari è la spesa cumulativa per la difesa degli Stati Uniti, non i contributi annuali alla NATO, e che l'inquadramento è fuorviante. Sottolineano la necessità di un contesto accurato nel dibattito sulla condivisione degli oneri.

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Trump attacca la Nato sui costi: «999 miliardi spesi, nessun beneficio». Il vertice di Ankara si preannuncia di resa dei conti

Il presidente americano cita cifre cumulative per accusare gli alleati di inadempienza, ma i dati dell’Alleanza mostrano che tutti i membri hanno raggiunto l’obiettivo del 2% del Pil e gli europei stanno colmando i vuoti lasciati dal disimpegno statunitense.

A pochi giorni dal vertice Nato di Ankara del 7 e 8 luglio, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha rilanciato la sua offensiva contro gli alleati, pubblicando su Truth Social una lista di spese per la difesa che assegna a Washington 999 miliardi di dollari, al Regno Unito 90,5, alla Francia 66,5, all’Italia 48,8 e alla Polonia 44,3, con la Germania e altri «molto più in basso». «Ridicolo», ha commentato, aggiungendo che gli Stati Uniti non traggono «alcun beneficio» dalla protezione offerta. La cifra americana, tuttavia, secondo il rapporto annuale della Nato, rappresenta la spesa cumulativa per la difesa nel periodo 2014-2025, non i soli esborsi destinati all’Alleanza, e include le missioni nell’Indo-Pacifico, in Medio Oriente e la modernizzazione nucleare. Il parametro concordato dai membri resta la percentuale del prodotto interno lordo, e su quel fronte il quadro è radicalmente mutato.

Secondo i dati dell’Alleanza atlantica, nel 2025 tutti i 32 membri hanno raggiunto per la prima volta la soglia del 2% del Pil fissata nel 2014. Gli alleati europei e il Canada hanno aumentato la spesa del 19,6% in termini reali, portandola a 574 miliardi di dollari. La Polonia guida la classifica con il 4,3% del Pil, seguita da Lettonia ed Estonia; la Germania ha incrementato il bilancio di oltre il 20% a 88,8 miliardi di euro, collocandosi al secondo posto nell’Alleanza, mentre l’Italia ha superato il 2% attestandosi al 2,01% con circa 45 miliardi di euro. Nell’ottica di Washington, tuttavia, l’obiettivo del 2% è ormai superato: l’amministrazione Trump chiede che i membri destinino almeno il 3,5% del Pil alla spesa militare e un ulteriore 1,5% alla protezione delle infrastrutture critiche entro il 2035, minacciando altrimenti una riduzione del contributo americano al bilancio comune.

La tensione finanziaria si intreccia con una crisi diplomatica più ampia. Durante la recente campagna militare contro l’Iran, l’Italia ha negato l’uso delle basi in Sicilia per il rifornimento dei velivoli statunitensi, scatenando una dura reazione di Trump, che ha accusato la premier Giorgia Meloni di averlo «pregato» per una foto al G7 – ricostruzione smentita da Palazzo Chigi. Negli ambienti della Nato si osserva che la pressione americana ha prodotto risultati concreti proprio perché i leader europei hanno temuto un disimpegno unilaterale. Il comandante delle forze terrestri statunitensi in Europa, generale Christopher Donahue, rimosso dall’incarico dopo aver elogiato la disponibilità degli alleati, aveva dichiarato che «la Nato è più forte che mai» e che gli europei sono pronti a fare di più. Parallelamente, il generale Alexus Grynkewich ha confermato che gli alleati stanno già colmando la maggior parte delle lacune lasciate dalla riduzione della presenza militare americana.

Sul piano economico, la tesi dell’assenza di benefici per gli Stati Uniti è contestata da analisti transatlantici: gli investimenti incrociati ammontano a circa 7.400 miliardi di dollari, il commercio annuale sfiora i 2.000 miliardi e il mercato europeo della difesa, su cui le imprese statunitensi si stanno posizionando aggressivamente, potrebbe valere 1.140 miliardi entro il 2035. Le basi americane in Europa restano un pilastro della proiezione di potenza globale di Washington. Il vertice di Ankara, che il segretario di Stato Marco Rubio ha definito «probabilmente il più importante della storia dell’organizzazione», affronterà anche il sostegno all’Ucraina, la postura verso la Russia e le tensioni con l’Iran. L’esito determinerà se l’Alleanza si avvierà verso un riequilibrio negoziato o verso una ridefinizione unilaterale dell’impegno americano.

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ScetticismoPragmatismo

I media indiani verificano l'affermazione di Trump, notando che la cifra di 999 miliardi di dollari è la spesa cumulativa per la difesa degli Stati Uniti, non i contributi annuali alla NATO, e che l'inquadramento è fuorviante. Sottolineano la necessità di un contesto accurato nel dibattito sulla condivisione degli oneri.

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