
Il giudice sblocca i 5,8 milioni per Carroll, Trump rilancia il ricorso
Un tribunale di Manhattan ordina il pagamento immediato alla scrittrice dopo il no della Corte Suprema, mentre i legali del presidente presentano un nuovo appello e chiedono la revisione del caso.
Un giudice federale di New York ha autorizzato mercoledì il trasferimento immediato a E. Jean Carroll di circa 5,8 milioni di dollari – la somma originale di 5 milioni più gli interessi maturati in tre anni – depositati da Donald Trump in un conto vincolato dopo la condanna civile per abuso sessuale e diffamazione del 2023. L’ordinanza del giudice Lewis Kaplan arriva a pochi giorni dal rifiuto della Corte Suprema di esaminare l’appello del presidente, e respinge la richiesta della difesa di congelare i fondi in attesa di un’eventuale riapertura del caso. Meno di un’ora dopo, i legali di Trump hanno presentato ricorso contro il provvedimento davanti alla Corte d’Appello federale di Manhattan e hanno depositato una nuova istanza alla Corte Suprema perché riconsideri la propria decisione.
Secondo i rappresentanti legali del presidente, il pagamento immediato esporrebbe Trump a un «danno irreparabile» e a una «perdita irrecuperabile», poiché Carroll ha dichiarato l’intenzione di devolvere il denaro a terzi, rendendone pressoché impossibile il recupero qualora la sentenza venisse in seguito ribaltata. In una nota, un portavoce del team ha definito l’intera vicenda una «caccia alle streghe» e una «farsa finanziata dai democratici», accusando l’avversario politico di usare il sistema giudiziario per colpire il presidente. La difesa sostiene inoltre che un’eventuale revisione favorevole del verdetto da 83,3 milioni di dollari emesso in un secondo processo per diffamazione – basato su dichiarazioni presidenziali per le quali Trump rivendica l’immunità – potrebbe influenzare anche il giudizio da 5 milioni, e chiede quindi di sospendere ogni esborso fino alla definizione di quel parallelo ricorso.
La vicenda giudiziaria affonda le radici nelle accuse di Carroll, ex editorialista di Elle, che nel 2019 pubblicò un memoir in cui descriveva un’aggressione sessuale subita in un camerino dei grandi magazzini Bergdorf Goodman a metà degli anni Novanta. Trump negò sempre di conoscerla, definendo le accuse una «bufala» e un’operazione politica. Nel maggio 2023 una giuria civile di New York lo ritenne responsabile di abuso sessuale e diffamazione, senza però riconoscere lo stupro, e fissò il risarcimento in 5 milioni di dollari. Un secondo verdetto, nel 2024, ha portato la condanna per diffamazione a 83,3 milioni, decisione anch’essa confermata in appello ma la cui esecuzione resta sospesa. La Corte Suprema, con una decisione non motivata e senza dissensi palesi – inclusi i tre giudici nominati dallo stesso Trump – ha chiuso la porta al ricorso sul primo caso il 29 giugno, ma le norme consentono di presentare istanza di riesame entro 25 giorni, una strada che i legali del presidente stanno ora percorrendo, sebbene la Corte accolga molto raramente richieste di questo tipo.
Nell’ottica degli analisti giuridici statunitensi, la strategia processuale di Trump punta a dilatare i tempi e a sovrapporre i diversi filoni d’appello, sollevando questioni di immunità presidenziale che potrebbero trovare spazio nel secondo caso e, per estensione, condizionare il primo. Al contempo, secondo fonti vicine alla difesa, consentire il pagamento prima che la Suprema Corte si pronunci sulla richiesta di riesame minerebbe la fiducia pubblica in un processo giudiziario ordinato, in un clima in cui i sostenitori del presidente denunciano una «strumentalizzazione politica della giustizia». Il giudice Kaplan ha tuttavia ritenuto che le condizioni per lo sblocco dei fondi fossero soddisfatte, chiudendo – almeno in primo grado – una fase durata oltre tre anni. Il dossier resta aperto su più fronti: l’appello contro l’ordinanza di pagamento è ora al Secondo Circuito, la petizione di riesame attende un pronunciamento della Corte Suprema, e il ricorso contro gli 83,3 milioni è destinato a salire fino al massimo consesso federale entro la fine del mese.
| Stampa europea continentale | −0.60 | critical |
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| Stampa latinoamericana | 0.00 | neutral |
| Stampa atlantica / anglosfera | −0.30 | critical |
La giustizia americana emette una condanna esemplare contro un presidente che rifiuta di assumersi le proprie responsabilità.
Il blocco presenta la sentenza come un atto di giustizia morale universale, enfatizzando la riluttanza di Trump a pagare per sottolineare la sua colpevolezza.
Non menziona i tentativi di Trump di chiedere una nuova udienza alla Corte Suprema, né le argomentazioni legali dei suoi avvocati.
La magistratura statunitense applica la legge in modo lineare, liberando i fondi dopo l'esaurimento dei ricorsi.
Il blocco si limita a descrivere la sequenza procedurale, senza giudizi morali, rendendo la decisione un fatto burocratico.
Non approfondisce le implicazioni politiche o la personalità di Trump, né il contesto delle accuse.
Trump combatte in tribunale per ritardare il pagamento, ma il sistema giudiziario procede indipendentemente.
Il blocco bilancia le azioni di Trump con le reazioni del tribunale, creando una narrazione di conflitto legale in corso.
Non evidenzia la dimensione morale della condanna, concentrandosi invece sulle tattiche processuali.
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