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Geopolitica e Politicavenerdì 24 luglio 2026

Trump minaccia dazi e indagini contro l’UE dopo la multa record a Google

Il presidente americano promette una tariffa sostanziale e una Section 301 per quella che definisce una rapina ai danni delle aziende tech statunitensi.

La decisione della Commissione europea di multare Google per 890 milioni di euro per violazione del Digital Markets Act ha scatenato una reazione immediata e veemente da parte del presidente americano Donald Trump. Attraverso la sua piattaforma Truth Social, Trump ha dichiarato che l’Unione europea «pagherà un prezzo molto alto per questa condotta illegale e altamente immorale», minacciando di avviare «immediatamente un’indagine secondo la Sezione 301» e di imporre «una tariffa sostanziale il prima possibile». La sanzione, la più elevata mai comminata sotto le nuove regole digitali europee, si compone di due parti: 460 milioni per aver favorito i propri servizi nei risultati di ricerca e 430 milioni per aver ostacolato gli sviluppatori di app nel reindirizzare gli utenti verso offerte più economiche esterne a Google Play. Secondo fonti di Bruxelles, la multa serve a garantire un campo di gioco equo e non prende di mira deliberatamente le imprese statunitensi, come dimostrerebbero le parallele indagini su piattaforme cinesi quali TikTok e Temu.

Dall’ottica di Washington, invece, si tratta dell’ennesimo attacco discriminatorio alle grandi aziende tecnologiche americane, che avrebbe raggiunto livelli intollerabili. Trump ha enumerato le sanzioni comminate negli ultimi anni ad Apple, Meta e Amazon, definendo quella di Google una «rapina» ai danni dei contribuenti statunitensi e dichiarando che «gli Stati Uniti non sono il salvadanaio dell’Europa». Lo strumento della Section 301, già utilizzato per imporre dazi dal 10 al 12,5 per cento su beni provenienti da decine di paesi con l’accusa di tollerare il lavoro forzato, consente all’amministrazione di indagare pratiche ritenute sleali e di reagire con barriere commerciali. L’annuncio mette a rischio l’accordo di Turnberry del 2024, che aveva congelato le tensioni commerciali transatlantiche fissando un tetto del 15 per cento ai dazi americani sulle importazioni europee in cambio di concessioni sul fronte automobilistico: nuovi dazi superiori a quella soglia farebbero decadere l’intesa.

Di fronte a questa torsione, le istituzioni europee rivendicano la piena autonomia regolatoria e respingono qualsiasi parallelismo con il lavoro forzato, definendo infondate le accuse che hanno ispirato l’ultima tornata tariffaria. La commissaria alla Concorrenza Teresa Ribera ha ribadito che «i prodotti migliori devono avere successo perché sono migliori, non perché appartengono all’azienda che gestisce il motore di ricerca». Al contempo, l’europarlamentare svedese Karin Karlsbro, con un lapidario «Suck», sintetizza la stanchezza di Bruxelles di fronte all’ennesima escalation, ma anche la determinazione a non cedere a quella che viene percepita come un’ingerenza. Fonti diplomatiche sottolineano che l’Europa, già colpita dai nuovi dazi statunitensi, considera inaccettabile subordinare la propria politica digitale alle pressioni esterne, tanto più quando le regole si applicano anche a concorrenti di altri continenti.

Per l’Italia, economia trasformatrice profondamente integrata nelle catene globali del valore, un inasprimento delle guerre tariffarie rischia di tradursi in un duro colpo per settori trainanti come l’agroalimentare, la meccanica e il lusso, già esposti alle oscillazioni del protezionismo americano. L’indagine Section 301 avrà una durata di alcuni mesi, durante i quali le parti saranno chiamate a presentare le proprie osservazioni, mentre Google ha 60 giorni per adeguarsi o rischiare sanzioni pari fino al 5 per cento del fatturato annuo. La tensione tra la potenza regolatoria europea e la volontà americana di difendere i propri campioni digitali appare destinata a ridisegnare gli equilibri commerciali del prossimo futuro, trasformando un contenzioso tecnico in un banco di prova per la tenuta del multilateralismo.

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venerdì 24 luglio 2026

Trump minaccia dazi e indagini contro l’UE dopo la multa record a Google

Il presidente americano promette una tariffa sostanziale e una Section 301 per quella che definisce una rapina ai danni delle aziende tech statunitensi.

La decisione della Commissione europea di multare Google per 890 milioni di euro per violazione del Digital Markets Act ha scatenato una reazione immediata e veemente da parte del presidente americano Donald Trump. Attraverso la sua piattaforma Truth Social, Trump ha dichiarato che l’Unione europea «pagherà un prezzo molto alto per questa condotta illegale e altamente immorale», minacciando di avviare «immediatamente un’indagine secondo la Sezione 301» e di imporre «una tariffa sostanziale il prima possibile». La sanzione, la più elevata mai comminata sotto le nuove regole digitali europee, si compone di due parti: 460 milioni per aver favorito i propri servizi nei risultati di ricerca e 430 milioni per aver ostacolato gli sviluppatori di app nel reindirizzare gli utenti verso offerte più economiche esterne a Google Play. Secondo fonti di Bruxelles, la multa serve a garantire un campo di gioco equo e non prende di mira deliberatamente le imprese statunitensi, come dimostrerebbero le parallele indagini su piattaforme cinesi quali TikTok e Temu.

Dall’ottica di Washington, invece, si tratta dell’ennesimo attacco discriminatorio alle grandi aziende tecnologiche americane, che avrebbe raggiunto livelli intollerabili. Trump ha enumerato le sanzioni comminate negli ultimi anni ad Apple, Meta e Amazon, definendo quella di Google una «rapina» ai danni dei contribuenti statunitensi e dichiarando che «gli Stati Uniti non sono il salvadanaio dell’Europa». Lo strumento della Section 301, già utilizzato per imporre dazi dal 10 al 12,5 per cento su beni provenienti da decine di paesi con l’accusa di tollerare il lavoro forzato, consente all’amministrazione di indagare pratiche ritenute sleali e di reagire con barriere commerciali. L’annuncio mette a rischio l’accordo di Turnberry del 2024, che aveva congelato le tensioni commerciali transatlantiche fissando un tetto del 15 per cento ai dazi americani sulle importazioni europee in cambio di concessioni sul fronte automobilistico: nuovi dazi superiori a quella soglia farebbero decadere l’intesa.

Di fronte a questa torsione, le istituzioni europee rivendicano la piena autonomia regolatoria e respingono qualsiasi parallelismo con il lavoro forzato, definendo infondate le accuse che hanno ispirato l’ultima tornata tariffaria. La commissaria alla Concorrenza Teresa Ribera ha ribadito che «i prodotti migliori devono avere successo perché sono migliori, non perché appartengono all’azienda che gestisce il motore di ricerca». Al contempo, l’europarlamentare svedese Karin Karlsbro, con un lapidario «Suck», sintetizza la stanchezza di Bruxelles di fronte all’ennesima escalation, ma anche la determinazione a non cedere a quella che viene percepita come un’ingerenza. Fonti diplomatiche sottolineano che l’Europa, già colpita dai nuovi dazi statunitensi, considera inaccettabile subordinare la propria politica digitale alle pressioni esterne, tanto più quando le regole si applicano anche a concorrenti di altri continenti.

Per l’Italia, economia trasformatrice profondamente integrata nelle catene globali del valore, un inasprimento delle guerre tariffarie rischia di tradursi in un duro colpo per settori trainanti come l’agroalimentare, la meccanica e il lusso, già esposti alle oscillazioni del protezionismo americano. L’indagine Section 301 avrà una durata di alcuni mesi, durante i quali le parti saranno chiamate a presentare le proprie osservazioni, mentre Google ha 60 giorni per adeguarsi o rischiare sanzioni pari fino al 5 per cento del fatturato annuo. La tensione tra la potenza regolatoria europea e la volontà americana di difendere i propri campioni digitali appare destinata a ridisegnare gli equilibri commerciali del prossimo futuro, trasformando un contenzioso tecnico in un banco di prova per la tenuta del multilateralismo.

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