
Trump: «L’intesa con l’Iran è una resa incondizionata». Ma ammette: «Ho evitato una recessione globale»
Il presidente americano rivendica la vittoria militare e il blocco navale, mentre il memorandum firmato con Teheran scatena critiche bipartisan e interrogativi sul nucleare.
In un’intervista rilasciata giovedì al programma Axios, Donald Trump ha descritto il memorandum d’intesa appena firmato con l’Iran come «probabilmente una resa incondizionata». Il presidente americano ha rivendicato di aver «sconfitto completamente l’Iran dal punto di vista militare» grazie a un blocco navale che, a suo dire, nessuna nave è riuscita a forzare. Al tempo stesso, Trump ha riconosciuto che l’alternativa alla trattativa sarebbe stata disastrosa: «Continuare a bombardare per altre due o tre settimane non avrebbe riaperto lo Stretto di Hormuz. Saremmo rimasti senza petrolio per mesi, innescando una recessione o addirittura una crisi economica globale». Una confessione che ribalta la retorica bellicista e svela il calcolo strategico dietro l’intesa.
Il testo del memorandum, siglato in forma digitale dai presidenti Pezeshkian e Trump nelle prime ore di giovedì, prevede un cessate il fuoco immediato e permanente su tutti i fronti, Libano compreso, e impegna le parti a non minacciare o usare la forza. Washington revocherà il blocco navale entro trenta giorni e ritirerà le proprie forze dalle aree circostanti l’Iran dopo l’accordo definitivo. Teheran, da parte sua, garantirà per sessanta giorni il passaggio sicuro delle navi mercantili senza pedaggi e avvierà un dialogo con l’Oman per la gestione futura dello Stretto di Hormuz. Il capitolo economico è imponente: gli Stati Uniti si impegnano a coordinare un piano di ricostruzione e crescita in Iran da almeno trecento miliardi di dollari, mentre le sanzioni – comprese quelle unilaterali e le risoluzioni Onu – saranno rimosse secondo un calendario da negoziare. Sul nucleare, il documento rinvia le questioni più spinose: l’Iran ribadisce di non cercare armi atomiche, ma il destino delle scorte di uranio arricchito e l’arricchimento stesso restano da definire nei sessanta giorni di negoziato previsti, prorogabili solo con il consenso di entrambe le parti.
Oltre Atlantico, l’intesa ha scatenato reazioni trasversali. L’Aipac, la potente lobby filo-israeliana, ha chiesto che il Congresso abbia accesso integrale ai dettagli e che qualsiasi accordo finale ponga fine in modo permanente e verificabile al programma nucleare iraniano, smantellando gli impianti di arricchimento e includendo missili balistici e droni. La fondazione Carnegie ha messo in guardia contro le ambiguità del testo, ricordando come proprio i termini vaghi abbiano fatto naufragare le intese del passato. Sul fronte politico, il leader democratico al Senato Chuck Schumer ha bollato l’operato di Trump come frutto di «incompetenza, egoismo e incapacità di ascoltare i fatti», annunciando che i democratici non sosterranno alcun piano da trecento miliardi per l’Iran. Anche diversi senatori repubblicani, stando a fonti parlamentari, sono rimasti sconcertati dai dettagli: alcuni hanno parlato di un Iran uscito «più forte» e di un’America «più debole». Il vicepresidente J.D. Vance ha replicato duramente ai critici israeliani, ricordando i miliardi di aiuti militari che Washington garantisce a Israele. Da Gerusalemme, intanto, filtrano notizie di «negoziati serrati» con gli Stati Uniti per mantenere truppe israeliane nel sud del Libano, mentre nuovi raid israeliani hanno indotto Teheran a sospendere il viaggio dei propri negoziatori verso la Svizzera, gettando un’ombra sulla tenuta del processo.
Per l’Italia e l’Europa, la riapertura dello Stretto di Hormuz è vitale: un blocco prolungato avrebbe fatto schizzare i prezzi del greggio, colpendo famiglie e imprese in un continente già provato dalla stagnazione. La prospettiva di una revoca delle sanzioni e di un piano di ricostruzione da trecento miliardi potrebbe schiudere opportunità per le aziende europee, ma gli analisti di Bruxelles avvertono che il rinvio dei nodi nucleari e l’assenza di meccanismi di verifica stringenti rischiano di replicare il destino del JCPOA. I prossimi sessanta giorni diranno se Trump riuscirà a trasformare la «resa incondizionata» in un accordo stabile, o se le resistenze interne e le pressioni israeliane faranno deragliare un’intesa da cui dipende, in larga misura, la stabilità energetica globale.
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I media iraniani sottolineano che Trump ha ammesso di aver negoziato per evitare una recessione globale causata dal blocco petrolifero, ridimensionando la sua rivendicazione di resa incondizionata come un'esagerazione. Presentano la guerra come ingiustificata e l'accordo come frutto di necessità economiche, non di una sconfitta militare.
I media filo-americani presentano la dichiarazione di Trump secondo cui il memorandum equivale a una resa incondizionata dell'Iran, mostrando la superiorità militare statunitense grazie a un blocco navale invalicabile. Celebrano l'azione decisiva del presidente e dipingono l'esito come una chiara vittoria.
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