
Trump chiede il riesame della sentenza sullo ius soli: una mossa quasi senza precedenti
Il presidente americano annuncia un ricorso straordinario dopo la bocciatura del suo ordine esecutivo, mentre la Corte Suprema non concede un nuovo esame da oltre sessant’anni.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato l’intenzione di chiedere alla Corte Suprema un riesame immediato della sentenza che il 30 giugno scorso ha dichiarato incostituzionale il suo ordine esecutivo volto a limitare la cittadinanza per diritto di nascita, il cosiddetto ius soli. La richiesta, che deve essere presentata entro venticinque giorni dalla pronuncia, rappresenta un’iniziativa processuale tecnicamente possibile ma di fatto eccezionale: secondo le regole della Corte, l’ultima volta che un caso già deciso è stato riaperto risale a circa sessant’anni fa, e per concedere il rehearing è necessaria la maggioranza dei nove giudici.
Trump ha motivato la sua mossa con un messaggio sulla piattaforma Truth Social, in cui ha definito la decisione un «errore giudiziario» e una «follia», sostenendo che la cittadinanza americana «non è in vendita» e denunciando l’esistenza di cartelloni pubblicitari lungo il confine con il Messico che offrirebbero parti a partire da quattromila dollari per ottenere la cittadinanza per i neonati. In dichiarazioni successive, il presidente ha anche descritto la sentenza come una «vittoria per la Cina», collegando il mantenimento dello ius soli a una presunta vulnerabilità strategica. La Corte, con una maggioranza di sei giudici contro tre, aveva invece affermato che il quattordicesimo emendamento della Costituzione, adottato dopo la Guerra civile per garantire la cittadinanza agli ex schiavi, conferisce automaticamente la cittadinanza a chiunque nasca sul suolo statunitense, indipendentemente dallo status migratorio dei genitori. Il presidente della Corte, il conservatore John Roberts, ha scritto che l’emendamento estende la promessa di cittadinanza «a ogni persona nata libera in questa terra».
La sentenza del 30 giugno ha chiuso, almeno per ora, una complessa vicenda giudiziaria iniziata il 20 gennaio 2025, quando Trump, nel primo giorno del suo secondo mandato, aveva firmato l’ordine esecutivo che negava la cittadinanza ai figli di immigrati irregolari o di genitori presenti temporaneamente, come turisti o studenti. L’iniziativa aveva immediatamente scatenato ricorsi da parte di numerosi Stati e organizzazioni per i diritti civili, creando una geografia giuridica frammentata: dopo una prima pronuncia interlocutoria del giugno 2025, in ventidue Stati lo ius soli restava in vigore, mentre in altri ventotto poteva essere sospeso. La decisione definitiva ha ripristinato l’uniformità, confermando un principio che la stessa Corte Suprema aveva già sancito nel 1898 con la sentenza United States v. Wong Kim Ark. Per l’amministrazione Trump, che ha fatto della lotta all’immigrazione irregolare e al cosiddetto «turismo delle nascite» un pilastro della propria agenda, si tratta di una sconfitta politica di rilievo, ma il presidente ha già annunciato di voler perseguire la riforma per via legislativa, un percorso che richiederebbe una modifica costituzionale o una legge ordinaria, entrambe di difficile approvazione in un Congresso diviso.
La vicenda assume un significato che va oltre i confini statunitensi. In Europa, dove lo ius soli è applicato in forme diverse e spesso più restrittive, il dibattito americano viene osservato con attenzione, anche alla luce delle tensioni migratorie che attraversano il continente. Secondo analisti di Bruxelles, la radicalizzazione della posizione trumpiana potrebbe influenzare le correnti sovraniste europee, già propense a rimettere in discussione i criteri di acquisizione della cittadinanza. Al tempo stesso, la solidità del dettato costituzionale americano, ribadita da una Corte a maggioranza conservatrice, segnala la resistenza di un impianto giuridico che, nonostante le pressioni dell’esecutivo, ha finora retto. La richiesta di riesame, per quanto improbabile, mantiene aperto il fronte giudiziario e alimenta la narrazione presidenziale di uno scontro con le élite giudiziarie, in un anno che vede già la Corte Suprema al centro di altre controversie sull’ampiezza dei poteri presidenziali.
La Corte Suprema dovrà ora esaminare l’istanza di rehearing, ma le probabilità che venga accolta sono considerate minime dagli osservatori di Washington. In assenza di un nuovo pronunciamento, l’unica strada per modificare lo ius soli resta quella politica: Trump ha già esortato il Congresso a intervenire, ma al momento non sono calendarizzate votazioni su proposte di riforma costituzionale. Il dibattito, tuttavia, è destinato a proseguire, intrecciandosi con la campagna per le elezioni di midterm e con la più ampia ridefinizione della politica migratoria americana.
| Stampa atlantica / anglosfera | −0.10 | neutral |
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| Stampa russa e CSI | 0.00 | neutral |
| Stampa indiana e sudasiatica | 0.00 | neutral |
Una voce istituzionale neutrale enumera le probabilità storiche, gettando implicitamente dubbi sulle prospettive di Trump.
Sottolineando la rarità storica dei riesami della Corte Suprema, l'articolo costruisce un'aspettativa di improbabilità. La tecnica di citare il precedente (l'ultimo riesame nel 1965) rende la barriera legale apparentemente insormontabile.
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