
Trump accusa il New York Times di «fatti falsi» sulla guerra in Iran e minaccia nuove cause
Il presidente americano reagisce con durezza a un’analisi che ridimensiona i risultati del conflitto, mentre i sondaggi mostrano scetticismo interno e i negoziati in Svizzera restano fragili.
Donald Trump ha attaccato con violenza inusitata il New York Times sulla propria piattaforma Truth Social, definendo «codardi corrotti e privi di etica» la redazione e «tradimento» la pubblicazione di un’analisi che metteva in dubbio i risultati della guerra contro l’Iran. Il presidente ha elencato una serie di successi rivendicati da Washington: forze armate, marina e aviazione iraniane «annientate», capacità missilistica e di produzione di droni «quasi azzerata», due strati di leadership «eliminati», inflazione al 250%, economia «a pezzi», Stretto di Hormuz riaperto e mercati americani ai massimi storici. Ha inoltre minacciato di inserire la copertura del quotidiano nella causa miliardaria già annunciata contro la testata, in un’escalation che consolida il pattern di scontro frontale con i media critici.
L’articolo incriminato, firmato da Neil MacFarquhar, sosteneva che dopo quasi quattro mesi di ostilità il memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran non avesse raggiunto gli obiettivi dichiarati all’avvio dell’«Operazione Epic Fury». Secondo l’analisi, il programma nucleare di Teheran, benché duramente colpito, non è stato smantellato e il suo futuro è rinviato a nuovi negoziati; i missili balistici restano fuori dall’accordo; le milizie proxy iraniane continuano a rappresentare una minaccia regionale. Per Caitlin Talmadge, esperta del Massachusetts Institute of Technology, l’intesa riflette non una superiorità militare americana ma il fatto che «gli Stati Uniti hanno messo in bocca un boccone più grande di quanto potessero masticare e non vogliono l’escalation».
I colloqui in Svizzera, mediati da Qatar e Pakistan, hanno prodotto un meccanismo per prevenire attriti in Libano e si sono prolungati in sessioni notturne, con gli alti rappresentanti attesi a concludere nella giornata di lunedì mentre i tecnici proseguiranno i lavori. Il contesto resta teso: Teheran ha minacciato di chiudere nuovamente lo Stretto di Hormuz, e il senatore repubblicano Lindsey Graham, vicino a Trump, ha dichiarato che in caso di fallimento diplomatico gli Stati Uniti «prenderanno lo Stretto e lo gestiranno» imponendo pedaggi. Il memorandum prevede la rimozione delle sanzioni e un fondo di ricostruzione per l’Iran, oltre a una clausola – giudicata senza precedenti dall’ex ambasciatore Robert Ford – sul ritiro di forze americane non specificate dalle «vicinanze» dell’Iran entro trenta giorni. Negli ambienti della difesa israeliana l’intesa è letta come «il collasso di tutta la strategia che avevamo verso l’Iran», nelle parole dell’ex ufficiale dell’intelligence Danny Citrinowicz, mentre dalla capitale iraniana il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf ha esaltato la capacità di trasformare «in realtà» il potenziale di disturbo delle rotte marittime globali.
Un sondaggio della CBS rivela che quasi tre americani su quattro considerano il conflitto non valso il costo sostenuto, un dato che contrasta con l’enfasi presidenziale sui primati di Borsa e occupazione. Per l’Italia e l’Europa, la riapertura di Hormuz allenta la pressione immediata sui flussi petroliferi, ma l’instabilità strutturale dell’accordo e la possibilità di nuove chiusure mantengono i mercati energetici in allerta. Il dossier resta aperto: l’attuazione del memorandum è subordinata a negoziati tecnici che si annunciano lunghi, mentre la minaccia di azioni legali aggiunge un fronte interno americano a una crisi internazionale tutt’altro che risolta.
| Stampa iraniana e affini | −0.80 | critical |
|---|---|---|
| Stampa israeliana | +0.70 | aligned |
| Stampa atlantica / anglosfera | −0.30 | critical |
Trump attacca il NYT perché non tollera che si dica la verità: l'Iran è forte e una guerra sarebbe un suicidio per gli USA.
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