
La carovana riparte: Netflix riporta in vita 'La casa nella prateria' tra fedeltà e polemiche
La nuova serie, più aderente ai romanzi di Laura Ingalls Wilder, inserisce la famiglia Osage e rilegge il mito della frontiera, tra reazioni contrastanti e un'eco che arriva fino all'Italia.
I cavalli affondano nel letto del fiume, la carovana si inclina pericolosamente e il cane Jack scompare tra le acque torbide. Non è Charles Ingalls a prendere le redini, ma sua moglie Caroline, che si insanguina le mani pur di salvare la famiglia. È una delle prime immagini della nuova Casa nella prateria, e racchiude già lo scarto rispetto alla serie che per nove stagioni, tra il 1974 e il 1983, incollò allo schermo milioni di spettatori in tutto il mondo. Qui le donne imbracciano il fucile, vomitano dietro un albero per la tensione e progettano biblioteche e scuole. La frontiera non è più un idillio di gingham e violino, ma un luogo di fango, sangue e negoziazioni continue.
Rebecca Sonnenshine, showrunner e sceneggiatrice nota per The Boys e The Vampire Diaries, ha voluto tornare ai libri semiautobiografici di Laura Ingalls Wilder con una fedeltà quasi filologica. «Tutto nella mia vita è stato innescato da quei libri», ha raccontato. Cresciuta in una famiglia che le cuciva i vestiti e allevava pecore, ha stilato con i suoi autori una lista di «momenti iconici» da spuntare: la sedia della mamma, la porta costruita da papà. Ma ha anche aperto il mondo narrativo a un contesto storico più complesso, dando spazio alla nazione Osage, i cui territori vennero occupati dai coloni prima ancora che il governo li acquistasse. La piccola Laura stringe amicizia con Aquila Buona, e le due famiglie si rispecchiano in una convivenza fatta di diffidenze iniziali e rispetto reciproco.
L'operazione arriva in un'America lacerata da una guerra culturale sulla memoria. Negli Stati Uniti, commentatori conservatori avevano minacciato boicottaggi se la serie fosse diventata «troppo woke», mentre l'amministrazione Trump ha emesso ordini esecutivi per epurare dai musei le narrazioni che macchiano l'orgoglio nazionale. I romanzi della Wilder, del resto, contengono passaggi razzisti verso i nativi, e la serie originale di Michael Landon li aveva semplicemente omessi. La nuova versione sceglie una terza via: non edulcora il razzismo dei coloni, ma lo mostra come ignoranza più che malizia, e affianca al punto di vista dei pionieri quello degli Osage, con una consulenza diretta della nazione per costumi, musica e strategie politiche. Il risultato, secondo la critica statunitense, è un racconto che «mantiene il cuore e la comunità al centro», ma che per alcuni pecca di eccessiva pulizia formale, con un Kansas da cartolina che sa più di set patinato che di West selvaggio.
Per il pubblico italiano, La casa nella prateria è molto più di un remake: è il ritorno di un mito affettivo. La famiglia Ingalls, trasmessa per decenni dalla Rai e poi da reti private, ha cresciuto generazioni di bambini italiani, che oggi ritrovano gli stessi personaggi con volti nuovi. Luke Bracey non ha la pipa e il carisma di Michael Landon, ma la dinamica familiare resta il perno emotivo: abbracci, notti al violino, lezioni di vita. E se la nostalgia è un motore potente, la serie punta anche a un pubblico giovane, con un ritmo e una crudezza visiva che la originale non poteva permettersi. In Italia come altrove, il dibattito si accende: c'è chi rimpiange la semplicità di un tempo e chi apprezza lo sforzo di restituire complessità a una storia che è insieme diario intimo e documento di un'epoca.
Alla fine, resta l'immagine di Charles che costruisce una porta, capitolo intero di un libro, gesto minimo e solenne. È il lavoro delle mani a tenere insieme la famiglia e la serie: scavare pozzi, cucire abiti, piallare assi. In un presente saturo di schermi, la nuova Casa nella prateria riporta lo sguardo sulla materia, sulla fatica che trasforma un territorio ostile in una casa. Forse è questo il vero filo che cuce le epoche: non la conquista, ma la cura.
| Stampa europea continentale | −0.30 | critical |
|---|---|---|
| Stampa atlantica / anglosfera | 0.00 | neutral |
| Stampa latinoamericana | +0.40 | aligned |
La versione Netflix è una bella confezione vuota, un mito ripulito che tradisce la durezza della frontiera.
Confronta la nuova serie con l'originale e con la realtà storica, sottolineando la mancanza di autenticità e l'eccessiva levigatezza.
Tralascia gli sforzi della serie per includere prospettive native e correggere il colonialismo dell'originale.
Il reboot è un campo di battaglia culturale: o lo si abbraccia come un aggiornamento necessario o lo si condanna come un tradimento.
Utilizza la polarizzazione tra 'woke' e tradizione per inquadrare la serie come un test della società americana.
Tralascia le reazioni del pubblico non americano e le critiche europee sulla superficialità.
La nuova versione è un passo avanti: donne forti, comunità e una critica implicita al mito della frontiera.
Enfatizza i cambiamenti sociali e il ruolo attivo delle donne, presentandoli come miglioramenti rispetto all'originale.
Non discute le accuse di 'woke' o le critiche sulla perdita del fascino nostalgico dell'originale.
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