
Terremoti in Venezuela: 1.719 vittime e la corsa contro il tempo per i dispersi
A sei giorni dalle scosse, le autorità confermano 1.719 morti; le stime satellitari della NASA indicano quasi 59.000 edifici danneggiati e l'ONU teme decine di migliaia di dispersi.
Due violente scosse di magnitudo 7.2 e 7.5, separate da meno di un minuto, hanno colpito il nord del Venezuela nella notte del 24 giugno, con epicentri tra San Felipe e Yumare, nello stato di Yaracuy. Secondo le autorità locali, il bilancio provvisorio delle vittime è salito a 1.719 morti, 5.034 feriti e oltre 15.800 senzatetto, mentre le squadre di soccorso – oltre duemila operatori provenienti da più di trenta Paesi – continuano a scavare tra le macerie nonostante le oltre seicento repliche sismiche registrate, l’ultima di magnitudo 5.2 nella mattinata di lunedì 29 giugno.
La dimensione dei danni materiali resta incerta e fonte di valutazioni divergenti. Il governo venezuelano ha censito 855 edifici danneggiati, di cui 189 crollati integralmente. Un’analisi preliminare della NASA, basata su immagini radar del satellite Sentinel-1, stima invece che circa 58.870 costruzioni possano aver subito danni o distruzioni, concentrati nella fascia costiera e nell’area metropolitana di Caracas; gli stessi ricercatori dell’Oregon State University avvertono che si tratta di un dato sperimentale non ancora validato sul terreno. Sul fronte dei dispersi, le Nazioni Unite parlano di decine di migliaia di persone ancora sotto le macerie, mentre il governo non ha diffuso una cifra ufficiale, limitandosi a confermare l’acquisto di diecimila sacchi mortuari.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha lanciato un allarme per il collasso dei servizi sanitari: almeno tre strutture sono in condizioni critiche e altre sei funzionano solo parzialmente, con un accumulo di interventi chirurgici inevasi e un flusso di pazienti caotico. La bassa copertura vaccinale antecedente il sisma accresce il rischio di epidemie di malattie prevenibili come morbillo e difterite, oltre a febbre gialla, dengue e malaria. Fonti diplomatiche europee confermano che undici cittadini italiani figurano tra le vittime accertate, mentre proseguono le ricerche di altri quaranta connazionali; l’Italia ha inviato oltre cento specialisti della protezione civile, vigili del fuoco e personale medico, insieme a due voli di aiuti umanitari.
Nonostante la finestra critica delle 72 ore sia ormai chiusa, i soccorritori continuano a estrarre superstiti: nella notte di domenica un giovane di 21 anni è stato recuperato vivo dopo 106 ore sotto le macerie. Le operazioni, tuttavia, sono rese discontinue dalle scosse di assestamento e dalla necessità di verificare la stabilità delle strutture. Il porto di La Guaira, riaperto con il supporto dei marine statunitensi, è divenuto il principale punto di ingresso per gli aiuti, mentre un obitorio improvvisato accoglie le salme in attesa di identificazione. Le autorità locali ribadiscono che il bilancio delle vittime è destinato ad aggravarsi e che le ricerche proseguiranno senza sosta, in un quadro che resta provvisorio e in continua evoluzione.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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La tragedia in Venezuela si aggrava: il bilancio delle vittime sale a 1.719, con oltre 5.000 feriti e decine di migliaia di dispersi. I soccorritori scavano tra le macerie mentre le scosse di assestamento continuano, in quello che viene descritto come uno dei peggiori disastri naturali nella storia recente dell'America Latina.
Il bilancio ufficiale delle vittime è salito, ma le speranze di trovare sopravvissuti stanno svanendo. Cresce la frustrazione tra i residenti per la risposta del governo al disastro, mentre migliaia di persone risultano ancora disperse.
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