
Terremoti in Venezuela: oltre 900 soldati USA guidano i soccorsi, rapporto ribaltato dopo il raid su Maduro
A pochi mesi dalla cattura dell'ex presidente, Washington mobilita uomini e droni per l'emergenza umanitaria, mentre le autorità locali faticano a gestire le macerie e il bilancio delle vittime sale.
I due terremoti di magnitudo 7.2 e 7.5 che hanno colpito il nord del Venezuela la scorsa settimana hanno provocato quasi duemila morti, secondo i bilanci provvisori diffusi dalle autorità locali, e migliaia di persone intrappolate sotto le macerie. Mentre le squadre di soccorso scavano a mani nude tra le macerie, gli Stati Uniti hanno dispiegato una presenza militare senza precedenti: più di 900 soldati all'interno del Paese e altri 800 nelle basi caraibiche di Porto Rico e Curaçao, ha confermato il generale Francis Donovan, capo del Comando Sud.
L'operazione, che include droni MQ-9 Reaper per la ricognizione, unità di ricerca e salvataggio e il ripristino dell'aeroporto, segna un ribaltamento radicale dei rapporti tra Washington e Caracas. Appena il 3 gennaio scorso, forze speciali americane avevano catturato l'allora presidente Nicolás Maduro, trasferendolo a New York per affrontare accuse di narcotraffico. Oggi, secondo fonti del Dipartimento di Stato, le autorità ad interim guidate da Delcy Rodríguez garantiscono 'piena collaborazione', e ogni richiesta statunitense viene immediatamente accolta.
La svolta è sottolineata da analisti latinoamericani, che ricordano come lo stesso comando militare abbia recentemente condotto un'operazione congiunta con le forze venezuelane per eliminare il capo della gang Tren de Aragua. Sul fronte politico interno statunitense, la cattura di Maduro aveva suscitato aspre critiche da parte di esponenti progressisti, che l'avevano definita una violazione del diritto internazionale. Ora, l'amministrazione Trump presenta l'intervento umanitario come una missione temporanea, senza prospettive di permanenza a lungo termine.
Sul terreno, la macchina dei soccorsi internazionale si scontra con le carenze infrastrutturali di un Paese segnato da decenni di cattiva gestione, come ha riconosciuto lo stesso generale Donovan. Le televisioni di Stato mostrano solo ora l'arrivo di mezzi pesanti, mentre i parenti delle vittime scavano con pale e corde. La durata della missione americana resta indefinita, affidata alle decisioni del Dipartimento di Stato, ma il comandante ha escluso preparativi per un impegno prolungato. Il bilancio delle vittime è ancora provvisorio e le ricerche continuano.
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Le squadre di soccorso giordane strappano un bambino dalle macerie in Venezuela, dimostrando che la vera solidarietà viene dal mondo arabo, non dalle potenze occidentali.
Il racconto si concentra sul salvataggio individuale e sull'eroismo dei soccorritori, creando una narrazione emotiva che oscura la presenza militare statunitense e la trasforma in un dettaglio secondario.
Non viene menzionato il dispiegamento di oltre 900 militari statunitensi per le operazioni di soccorso, né il ruolo degli Stati Uniti nella risposta al terremoto.
L'invio di truppe statunitensi in Venezuela è l'ennesima prova dell'arroganza imperialista di Washington, che sfrutta un disastro naturale per imporre la propria egemonia.
Il discorso collega l'evento a una lunga storia di interventi statunitensi in America Latina, utilizzando un linguaggio di minaccia e sospetto per delegittimare l'azione umanitaria come copertura per scopi militari.
Non viene riconosciuta la natura umanitaria della missione né il fatto che il governo venezuelano abbia accettato l'aiuto statunitense; si omette qualsiasi dettaglio sulle vittime del terremoto.
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