
Teheran sigilla l'uranio tra mine e tunnel crollati, mentre il negoziato con Washington procede
Nell'avvicinarsi di un'intesa per la cessione delle scorte nucleari, l'Iran rende inaccessibili i depositi con esplosivi e demolizioni, sollevando dubbi sulla reale volontà di disarmo.
Secondo cinque fonti dell'intelligence statunitense, negli ultimi giorni Teheran ha deliberatamente fatto crollare i tunnel di accesso al proprio stock di uranio altamente arricchito – circa 440 chilogrammi, prossimi alla soglia di utilizzo bellico – presso il sito di Isfahan, e ha minato con trappole esplosive gli ingressi superstiti. Le immagini satellitari mostrano gallerie ostruite da detriti e una configurazione che, come osservano gli analisti americani, rende il recupero del materiale estremamente più lento, pericoloso e costoso anche per gli iraniani stessi, che dovrebbero impiegare per settimane escavatori pesanti e squadre di artificieri.
La mossa si inserisce in un delicato paradosso strategico. Poche settimane fa il presidente Donald Trump aveva apertamente ventilato l'ipotesi di un'operazione militare per sottrarre con la forza le riserve nucleari; oggi, invece, i negoziatori di Washington e Teheran si avvicinano a un accordo che obbligherebbe l'Iran a consegnare l'uranio, per distruggerlo in loco e poi trasferirlo all'estero. Fonti diplomatiche mediorientali sottolineano che la fortificazione dei depositi potrebbe essere tanto una reazione preventiva alla minaccia di confisca, quanto un tentativo di alzare la posta in gioco prima della firma definitiva.
Dall'Europa, e in particolare da Bruxelles, si guarda con apprensione a questo intreccio di gesti contraddittori: un'intesa che espunga l'uranio iraniano sarebbe un passo storico per la non proliferazione, ma le barriere fisiche erette da Teheran rischiano di complicare le verifiche dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica e di moltiplicare i pericoli di un'esplosione accidentale. Gli osservatori russi e cinesi, invece, tendono a leggere l'irrobustimento del sito come una legittima misura difensiva di fronte a dichiarazioni ostili, mentre l'ottica di New Delhi e di altre capitali asiatiche è segnata dal timore di un'instabilità prolungata nel Golfo.
Per l'Italia, storicamente impegnata a tenere aperti i canali con l'Iran e attenta agli equilibri del Mediterraneo allargato, il rafforzamento fisico degli impianti nucleari rappresenta un ulteriore fattore di incertezza, che rende più urgente un ruolo attivo dell'Unione Europea nel garantire trasparenza e sicurezza. Se l'accordo sarà finalizzato, lo smantellamento dell'uranio sigillato richiederà operazioni di bonifica lunghe e costose, dilatando i tempi della normalizzazione e offrendo a entrambe le parti nuove occasioni di attrito. In questo spazio ristretto, la finestra per una soluzione diplomatica resta aperta, ma la strada per raggiungerla è ora disseminata di ostacoli molto più concreti di quanto i testi degli accordi riescano a descrivere.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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Teheran ha intensificato le misure di protezione dei depositi di uranio arricchito, facendo crollare deliberatamente gallerie e collocando mine sugli ingressi. L'obiettivo è rendere più difficile e pericoloso l'accesso, anche per gli stessi iraniani, in risposta alle minacce di un eventuale sequestro forzoso.
Mentre si avvicina un possibile accordo tra Washington e Teheran, le autorità iraniane hanno fortificato i siti nucleari facendo crollare tunnel e piazzando mine. La mossa complica la verifica e l'eventuale rimozione di circa mezza tonnellata di uranio altamente arricchito, gettando ombre sulla praticità di una consegna.
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