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Economiasabato 13 giugno 2026

La guerra in Medio Oriente frena il mondo: crescita ai minimi dal Covid

La Banca Mondiale taglia le stime per il 2026; India e Indonesia reggono con strategie diverse, ma il caro-energia minaccia l'Italia e congela la convergenza dei paesi poveri.

Il nuovo rapporto semestrale della Banca Mondiale consegna un responso amaro: la crescita globale nel 2026 si fermerà al 2,5 per cento, il ritmo più lento dallo shock pandemico. Secondo gli economisti di Washington, la colpa è del conflitto mediorientale che, facendo lievitare i prezzi dell’energia, l’inflazione e il costo del credito, ha costretto a rivedere al ribasso le previsioni per due terzi delle economie del pianeta. Il messaggio più allarmante è nascosto nello scenario peggiore: se le tensioni dovessero aggravarsi e interrompere davvero i flussi di petrolio e gas, la crescita mondiale sprofonderebbe fino all’1,3 per cento, trascinando con sé soprattutto i paesi in via di sviluppo. Per loro, con l’eccezione di Cina e India, si profila ormai un decennio perduto, senza progressi nella rincorsa ai livelli di reddito delle economie avanzate.

Eppure proprio da Nuova Delhi arriva un segnale controcorrente. L’India ha chiuso il trimestre gennaio-marzo 2026 con un’espansione del 7,8 per cento su base annua, ben oltre le attese degli analisti. L’economia indiana ha beneficiato di un doppio colpo di fortuna strategico: l’accordo commerciale con l’Unione Europea e la progressiva riduzione dei dazi americani, scesi dal 50 al 10 per cento dopo una sentenza della Corte Suprema statunitense. Tuttavia, l’acuirsi del conflitto in Iran minaccia anche questa traiettoria virtuosa, ricordando quanto la globalizzazione leghi ormai ogni destino nazionale alle turbolenze degli Stretti.

Da Giacarta la narrazione è diversa ma ugualmente istruttiva. La Banca Mondiale ha rivisto al rialzo la stima di crescita dell’Indonesia per il 2026, portandola al 5,0 per cento, grazie a una performance del primo trimestre migliore del previsto e a un’inedita concentrazione della spesa pubblica nella parte iniziale dell’anno. Il governo ha infatti modificato deliberatamente il calendario dei pagamenti, spostando in avanti gli esborsi per i grandi programmi strategici: una scelta che ha prodotto il deficit di bilancio più alto mai registrato in un primo trimestre – 240mila miliardi di rupie, lo 0,93 per cento del Pil – ma che da Giacarta viene rivendicata come «by design», non come perdita di controllo. Il problema è che la flessibilità dei conti pubblici si sta assottigliando: il deficit resterà inchiodato al 2,8 per cento del Pil nel biennio 2026-27, zavorrato dai sussidi energetici che lo Stato non può tagliare senza accendere proteste sociali.

Queste vicende lontane toccano l’Europa e l’Italia molto più di quanto appaia. Un conflitto mediorientale prolungato significa per Roma e Bruxelles bollette energetiche di nuovo in ascesa, con il rischio concreto di riaccendere focolai inflazionistici proprio mentre la Banca Centrale Europea iniziava a normalizzare la politica monetaria. L’accordo commerciale tra Ue e India è una finestra di opportunità in un quadro altrimenti cupo, ma non basta a compensare l’indebolimento della domanda che arriverà dalle decine di economie emergenti ormai condannate alla stagnazione. Senza una de-escalation tempestiva, la frattura fra un manipolo di grandi paesi capaci di navigare la crisi e una periferia globale sempre più fragile rischia di diventare la cifra duratura di questo decennio.

Come la stessa storia è raccontata altrove.

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pragmatismourgenza

Lo spazio fiscale dell'Indonesia si sta restringendo a causa dell'impennata dei sussidi e dei programmi nazionali prioritari. La Banca Mondiale prevede un deficit intorno al 2,8% del PIL fino al 2027, ma le autorità spiegano il deficit insolitamente alto del primo trimestre con una concentrazione anticipata della spesa pubblica. Le stime di crescita sono state riviste al rialzo al 5,0% proprio per questa spinta iniziale della spesa.

Stampa africana subsahariana/ anglofona
allarmevittimismo

La Banca Mondiale lancia l'allarme: il conflitto mediorientale sta soffocando la crescita globale, portandola ai livelli più bassi dalla pandemia. L'aumento dei costi energetici, l'inflazione persistente e il credito più caro stanno penalizzando le economie in via di sviluppo, anche se Paesi resilienti come l'India riescono a tenere. Con una crescita mondiale prevista al 2,5% nel 2026, la fragile ripresa dell'Africa è seriamente minacciata.

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sabato 13 giugno 2026

La guerra in Medio Oriente frena il mondo: crescita ai minimi dal Covid

La Banca Mondiale taglia le stime per il 2026; India e Indonesia reggono con strategie diverse, ma il caro-energia minaccia l'Italia e congela la convergenza dei paesi poveri.

Il nuovo rapporto semestrale della Banca Mondiale consegna un responso amaro: la crescita globale nel 2026 si fermerà al 2,5 per cento, il ritmo più lento dallo shock pandemico. Secondo gli economisti di Washington, la colpa è del conflitto mediorientale che, facendo lievitare i prezzi dell’energia, l’inflazione e il costo del credito, ha costretto a rivedere al ribasso le previsioni per due terzi delle economie del pianeta. Il messaggio più allarmante è nascosto nello scenario peggiore: se le tensioni dovessero aggravarsi e interrompere davvero i flussi di petrolio e gas, la crescita mondiale sprofonderebbe fino all’1,3 per cento, trascinando con sé soprattutto i paesi in via di sviluppo. Per loro, con l’eccezione di Cina e India, si profila ormai un decennio perduto, senza progressi nella rincorsa ai livelli di reddito delle economie avanzate.

Eppure proprio da Nuova Delhi arriva un segnale controcorrente. L’India ha chiuso il trimestre gennaio-marzo 2026 con un’espansione del 7,8 per cento su base annua, ben oltre le attese degli analisti. L’economia indiana ha beneficiato di un doppio colpo di fortuna strategico: l’accordo commerciale con l’Unione Europea e la progressiva riduzione dei dazi americani, scesi dal 50 al 10 per cento dopo una sentenza della Corte Suprema statunitense. Tuttavia, l’acuirsi del conflitto in Iran minaccia anche questa traiettoria virtuosa, ricordando quanto la globalizzazione leghi ormai ogni destino nazionale alle turbolenze degli Stretti.

Da Giacarta la narrazione è diversa ma ugualmente istruttiva. La Banca Mondiale ha rivisto al rialzo la stima di crescita dell’Indonesia per il 2026, portandola al 5,0 per cento, grazie a una performance del primo trimestre migliore del previsto e a un’inedita concentrazione della spesa pubblica nella parte iniziale dell’anno. Il governo ha infatti modificato deliberatamente il calendario dei pagamenti, spostando in avanti gli esborsi per i grandi programmi strategici: una scelta che ha prodotto il deficit di bilancio più alto mai registrato in un primo trimestre – 240mila miliardi di rupie, lo 0,93 per cento del Pil – ma che da Giacarta viene rivendicata come «by design», non come perdita di controllo. Il problema è che la flessibilità dei conti pubblici si sta assottigliando: il deficit resterà inchiodato al 2,8 per cento del Pil nel biennio 2026-27, zavorrato dai sussidi energetici che lo Stato non può tagliare senza accendere proteste sociali.

Queste vicende lontane toccano l’Europa e l’Italia molto più di quanto appaia. Un conflitto mediorientale prolungato significa per Roma e Bruxelles bollette energetiche di nuovo in ascesa, con il rischio concreto di riaccendere focolai inflazionistici proprio mentre la Banca Centrale Europea iniziava a normalizzare la politica monetaria. L’accordo commerciale tra Ue e India è una finestra di opportunità in un quadro altrimenti cupo, ma non basta a compensare l’indebolimento della domanda che arriverà dalle decine di economie emergenti ormai condannate alla stagnazione. Senza una de-escalation tempestiva, la frattura fra un manipolo di grandi paesi capaci di navigare la crisi e una periferia globale sempre più fragile rischia di diventare la cifra duratura di questo decennio.

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pragmatismourgenza

Lo spazio fiscale dell'Indonesia si sta restringendo a causa dell'impennata dei sussidi e dei programmi nazionali prioritari. La Banca Mondiale prevede un deficit intorno al 2,8% del PIL fino al 2027, ma le autorità spiegano il deficit insolitamente alto del primo trimestre con una concentrazione anticipata della spesa pubblica. Le stime di crescita sono state riviste al rialzo al 5,0% proprio per questa spinta iniziale della spesa.

Stampa africana subsahariana/ anglofona
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La Banca Mondiale lancia l'allarme: il conflitto mediorientale sta soffocando la crescita globale, portandola ai livelli più bassi dalla pandemia. L'aumento dei costi energetici, l'inflazione persistente e il credito più caro stanno penalizzando le economie in via di sviluppo, anche se Paesi resilienti come l'India riescono a tenere. Con una crescita mondiale prevista al 2,5% nel 2026, la fragile ripresa dell'Africa è seriamente minacciata.

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