
Teheran respinge la narrazione di Washington: 'Con i fondi sbloccati non compreremo prodotti agricoli Usa'
Il presidente del Parlamento iraniano Qalibaf smentisce le affermazioni di Trump e Vance, mentre l'accordo mediato dal Pakistan entra nella fase attuativa con la supervisione del Tesoro americano a Doha.
La disputa sull'utilizzo degli asset iraniani scongelati si è accesa con un intervento sarcastico del capo negoziatore di Teheran, Mohammad Bagher Qalibaf. In un post sulla piattaforma X, il presidente del Parlamento ha respinto le dichiarazioni statunitensi secondo cui i fondi sbloccati in base all'intesa del 18 giugno sarebbero destinati all'acquisto di prodotti agricoli americani. «L'unico raccolto che stiamo facendo è quello che avete seminato voi: decenni di sfiducia», ha scritto Qalibaf, aggiungendo che gli Stati Uniti «esportano solo soia OGM, promesse infrante e chiacchiere inutili». La replica segue le affermazioni del vicepresidente J.D. Vance e del presidente Donald Trump, che avevano descritto il meccanismo come un modo per garantire che i fondi iraniani, sotto stretto controllo statunitense, venissero spesi per mais, grano e soia a beneficio degli agricoltori americani.
Secondo fonti dell'amministrazione Trump, la prima tranche di circa 500 milioni di dollari sarà gestita attraverso il Qatar, con funzionari del Tesoro a Doha incaricati di vigilare affinché le somme siano impiegate esclusivamente per cibo e medicinali prodotti negli Stati Uniti. Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha precisato che «nessun contante andrà direttamente a Teheran» e che la quasi totalità dei fondi rientrerà nell'economia americana tramite l'acquisto di beni. L'ottica di Washington, ribadita in più occasioni, è quella di impedire che le risorse finanzino gruppi armati regionali o il programma missilistico iraniano, vincolando la spesa a forniture umanitarie certificate.
Teheran, da parte sua, rivendica la piena sovranità sulla destinazione delle somme. Fonti vicine al negoziato iraniano sottolineano che l'accordo quadro in 14 punti, firmato elettronicamente dai presidenti Masoud Pezeshkian e Donald Trump con la mediazione del Pakistan, prevede la «piena disponibilità» dei fondi congelati e la revoca di tutte le sanzioni, incluse quelle del Consiglio di Sicurezza ONU, senza clausole che impongano acquisti forzosi da fornitori americani. L'interpretazione di Teheran è che qualsiasi condizionamento unilaterale rappresenti una violazione dello spirito dell'intesa, alimentando proprio quella «sfiducia organica» evocata da Qalibaf.
L'episodio mette in luce la fragilità del percorso di distensione avviato dopo anni di congelamento diplomatico. L'accordo, raggiunto in un formato inedito con la regia di Islamabad, è il primo tentativo concreto di normalizzazione finanziaria dopo il ritiro unilaterale degli Stati Uniti dal JCPOA nel 2018. Per l'Europa, e in particolare per l'Italia, che in passato aveva sviluppato canali commerciali con l'Iran attraverso il meccanismo Instex, l'evoluzione dell'intesa è osservata con attenzione: un allentamento credibile delle sanzioni potrebbe riaprire spazi per le imprese europee, ma la disputa sulla destinazione dei fondi mostra quanto resti profonda la frattura sulla fiducia reciproca. Al momento, la fase attuativa procede con la supervisione tecnica del Tesoro americano a Doha, mentre non sono previsti nuovi round negoziali prima della verifica del primo scaglione di spesa.
| Stampa iraniana e affini | −0.50 | critical |
|---|---|---|
| Stampa del Golfo arabo | +0.30 | aligned |
| Stampa russa e CSI | 0.00 | neutral |
Respingiamo le condizioni umilianti imposte da Washington: i fondi congelati sono nostri e nessun ricatto ci farà piegare. L'America mostra ancora una volta la sua doppiezza, parlando di negoziati mentre prepara attacchi.
Si costruisce una narrazione di resistenza morale e legittima difesa, contrapponendo la fermezza iraniana alla presunta ipocrisia statunitense, senza menzionare le ragioni del congelamento dei fondi.
Non si fa cenno alle sanzioni internazionali che hanno portato al congelamento né alle condizioni specifiche poste da Washington, come la verifica dell'uso pacifico del nucleare.
Il rifiuto iraniano mina gli sforzi di pace; gli Stati Uniti, riaprendo la loro ambasciata in Kuwait, dimostrano il loro impegno per la sicurezza del Golfo. È tempo che Teheran accetti condizioni ragionevoli.
Si presenta l'azione statunitense come un atto di responsabilità e stabilità, mentre il rifiuto iraniano viene delegittimato come irrazionale, senza approfondire le ragioni di Teheran.
Non si menziona il contesto delle sanzioni unilaterali americane né il fatto che i fondi appartengono di diritto all'Iran secondo accordi precedenti.
La controversia sui fondi congelati è un sintomo della mancanza di dialogo tra le potenze. La Russia sostiene il diritto di ogni Stato a disporre delle proprie risorse e invita a negoziati senza condizioni pregiudiziali.
Si adotta un tono da mediatore, evitando di schierarsi e inquadrando la vicenda in una cornice di diritto internazionale, il che rafforza l'immagine della Russia come attore responsabile.
Non si fa riferimento alle proprie controversie con l'Occidente né al fatto che la Russia stessa ha subito congelamenti di asset simili.
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