
Il cervello che resiste al tempo: superager, vitamina C e la forza della presa
Diversi studi recenti indicano che il declino cognitivo non è un destino ineluttabile e che alimentazione, attività fisica e comprensione dei meccanismi della memoria possono preservare la salute cerebrale fino a tarda età.
L’idea che il cervello sia condannato a un lento e irreversibile deterioramento con l’avanzare degli anni riceve oggi una serie di correzioni da più fronti della ricerca. Da un lato, lo studio longitudinale della University of Texas a Dallas, condotto su quasi quattromila adulti tra i 19 e i 94 anni, ha mostrato che esercizi cognitivi brevi ma regolari producono miglioramenti misurabili nell’indice BrainHealth – che valuta chiarezza mentale, equilibrio emotivo e senso di scopo – anche in partecipanti over 80. Dall’altro, il lavoro dei neuroscienziati dell’Università di Chicago sui cosiddetti superager, ottantenni con memoria pari a quella di cinquantenni, ha rivelato che questi individui possiedono una corteccia cerebrale e un ippocampo più voluminosi della media e, soprattutto, una quantità di proteina tau (associata all’Alzheimer) sorprendentemente bassa, o in alcuni casi presente ma senza danni cognitivi evidenti.
Sul versante della prevenzione nutrizionale, uno studio giapponese dell’Università di Hirosaki, basato sul plasma di oltre duemila anziani, ha associato livelli elevati di vitamina C a una migliore conservazione della materia grigia e della connettività neuronale. La vitamina, presente in agrumi, kiwi, peperoni e verdure a foglia verde, agirebbe come antiossidante e stimolatore del collagene vascolare, proteggendo la microcircolazione cerebrale. Parallelamente, i dati della Biobanca britannica analizzati dal medico Amir Khan indicano che una buona forza di presa, un sonno regolare e meno ore seduti si legano a una riduzione del rischio di demenza del 57 per cento. L’epidemiologo Tim Spector, dal canto suo, sottolinea il ruolo della fibra e delle proteine vegetali – legumi, cereali integrali, funghi – nel nutrire il microbiota intestinale, oggi considerato un attore chiave dell’asse intestino-cervello.
Accanto a queste evidenze, la psicologia cognitiva sta facendo luce sui meccanismi delle dimenticanze quotidiane, distinguendo i vuoti benigni dai segnali che meritano attenzione clinica. Il cosiddetto “effetto porta” – entrare in una stanza e scordare perché ci si è andati – viene interpretato come una normale riorganizzazione della memoria di lavoro al cambio di contesto, più frequente nelle menti che gestiscono molti stimoli in parallelo. Dimenticare occasionalmente un nome, spiegano i neuropsicologi, dipende dalla natura arbitraria dei nomi propri, privi di agganci semantici, e non indica di per sé un principio di decadimento. I campanelli d’allarme, invece, compaiono quando si fatica a riconoscere volti familiari, ci si perde in luoghi noti o si dimenticano eventi interi: in questi casi, le società scientifiche raccomandano una valutazione specialistica.
Queste acquisizioni stanno spostando l’attenzione dalle terapie tardive alla costruzione quotidiana della riserva cognitiva. Il BrainHealth Index, utilizzato nello studio texano, potrebbe diventare uno strumento di monitoraggio individuale, mentre le linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità già promuovono stimolazione mentale, partecipazione sociale e attività fisica come pilastri della prevenzione. Il prossimo passaggio atteso dalla comunità scientifica è l’integrazione di questi marcatori comportamentali con dati di neuroimmagine e biomarcatori ematici, per disegnare interventi personalizzati che inizino prima che i sintomi si manifestino.
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La scienza studia i 'superager', ottantenni con la memoria di cinquantenni, per capire come i loro cervelli resistono all'invecchiamento. Ricercatori come Emily Rogalski stanno esplorando i segreti biologici dietro questa eccezionale resilienza cognitiva.
Dimenticare nomi o volti è un comune vuoto di memoria, ma gli esperti avvertono che certi tipi di dimenticanza possono segnalare problemi di salute cerebrale. Se fai spesso fatica a ricordare nomi familiari, potrebbe essere il momento di consultare subito un medico.
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