
Il piano di Washington e Doha per sbloccare sei miliardi di dollari all'Iran
Un meccanismo ancora in fase di studio consentirebbe a Teheran di usare asset congelati in Qatar per acquisti di cibo e medicine, come incentivo per i negoziati sul nucleare.
Stati Uniti e Qatar stanno mettendo a punto un meccanismo che consentirebbe all'Iran di accedere a sei miliardi di dollari di fondi congelati in Qatar per l'acquisto di beni umanitari. L'iniziativa, confermata da fonti anonime al Wall Street Journal, si inserisce nel quadro delle misure di fiducia previste dopo la firma, il 18 giugno, di un memorandum d'intesa per porre fine alle ostilità e riaprire lo Stretto di Hormuz. Secondo il piano, la banca centrale iraniana potrebbe ordinare cibo, medicinali e altri prodotti di prima necessità utilizzando i proventi delle vendite di petrolio bloccati all'estero dalle sanzioni, con transazioni monitorate a livello internazionale. Il progetto non è ancora definitivo e Teheran non ha espresso il proprio consenso.
Da Washington, funzionari dell'amministrazione Trump sottolineano che l'accesso ai fondi sarà consentito solo se l'Iran parteciperà in modo «costruttivo» ai negoziati sul nucleare in calendario nei prossimi due mesi. Il presidente Donald Trump ha dichiarato che «sono soldi loro, non nostri» e che prima o poi dovranno essere restituiti. Sul versante iraniano, la Guida suprema Mojtaba Khamenei ha affermato via social che gli Stati Uniti avrebbero accettato la tregua «per disperazione», provocando una replica secca di Trump: «Non avranno un centesimo se violano l'accordo». L'amministrazione è anche sotto pressione da parte di esponenti repubblicani, che temono un allentamento prematuro della pressione finanziaria su Teheran.
Il meccanismo con il Qatar potrebbe fungere da apripista per lo sblocco graduale di una parte dei circa cento miliardi di dollari di asset iraniani congelati in Paesi come Cina, India, Iraq e lo stesso Qatar. Teheran, alle prese con un'inflazione galoppante e il crollo del rial, punta a ottenere rapidamente un primo blocco di 24 miliardi. Secondo analisti mediorientali, un simile afflusso di valuta estera non basterebbe a risanare l'economia iraniana, ma rappresenta uno dei pochi incentivi tangibili in grado di ammorbidire le resistenze interne. Per l'Europa e l'Italia, la partita ha un rilievo immediato: la piena riapertura dello Stretto di Hormuz – snodo da cui transita circa un quinto del petrolio mondiale – allenterebbe le tensioni sui mercati energetici, ancora provati dalle ricadute della guerra.
Il negoziato formale dovrebbe iniziare a breve in Svizzera, dove l'inviato americano Steve Witkoff è già in viaggio e dove è atteso anche il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi. Fonti iraniane ridimensionano però l'urgenza della riunione, sostenendo che la firma digitale del memorandum ha già sancito l'intesa. I colloqui restano esposti a variabili imprevedibili, come gli scontri in corso tra Israele e Hezbollah, che hanno già causato un rinvio dell'incontro inizialmente previsto per il 19 giugno. La tabella di marcia prevede 60 giorni per definire un accordo complessivo su nucleare, sanzioni e asset, ma il percorso appare ancora disseminato di ostacoli politici e militari.
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Il piano è presentato come un passo pratico per fornire accesso umanitario incentivando al contempo un accordo nucleare più ampio. Il resoconto enfatizza i dettagli del meccanismo e il processo diplomatico, descrivendolo come una potenziale svolta nelle relazioni USA-Iran.
Il rapporto evidenzia il rischio di sbloccare fondi per l'Iran, sottolineando che il denaro potrebbe essere dirottato verso attività ostili. C'è scetticismo sulla conformità iraniana e preoccupazione per la mancanza di garanzie, suggerendo che l'accordo potrebbe rafforzare Teheran.
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