
L’ultimatum sui muri e la polvere diplomatica: il Sudafrica e l’ombra della xenofobia
Mentre le scritte contro i migranti scandivano il 30 giugno, la morte di un ghanese e le reazioni di Nigeria e Ghana hanno incrinato antichi legami, rivelando crepe più profonde della sola rabbia di strada.
Per settimane, sui muri delle township sudafricane è rimasta una data: 30 giugno. Non un annuncio, ma un ultimatum vergato da gruppi di vigilantes come Operation Dudula e March and March: entro quel giorno i migranti irregolari dovevano andarsene, altrimenti «avremmo provveduto noi». La minaccia, raccontano le cronache locali, non si è tradotta nel bagno di sangue che molti temevano – la polizia ha censito 108 marce pacifiche su 120 – eppure la polvere sollevata da quei cortei non si è posata. A Khayelitsha, periferia di Città del Capo, un cittadino ghanese di quarant’anni, Bashiru Isak, è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco durante le dimostrazioni. La sua morte è diventata la miccia di un cortocircuito diplomatico che ha attraversato il continente, riaccendendo la memoria delle cacce allo straniero del 2008, quando oltre sessanta persone persero la vita e migliaia fuggirono in preda al panico.
La notizia della morte di Isak ha spinto Accra a una decisione inusuale: declinare la visita di Stato del presidente sudafricano Cyril Ramaphosa, prevista per i primi di agosto. Fonti diplomatiche ghanesi hanno spiegato che procedere con l’incontro sarebbe stato inappropriato, mentre il ministro delle Comunicazioni Felix Kwakye Ofosu ha precisato che il rinvio non intende incrinare «relazioni che restano cordiali», ma evitare che la tensione oscuri i temi della cooperazione bilaterale. Pretoria, da parte sua, ha respinto la ricostruzione di Accra: il portavoce della presidenza Vincent Magwenya ha chiarito che non era mai stata richiesta una visita di Stato, bensì la conferma della terza sessione della Commissione Bi-Nazionale, un appuntamento già concordato. Il ministro della Giustizia sudafricano, Mmamoloko Kubayi, ha bollato come «falsa informazione» la versione ghanese, accusando Accra di diffondere una «narrazione inesatta» che danneggia l’immagine del Paese. Dietro lo scambio di note, si intravede la fatica di due capitali che provano a maneggiare un sentimento popolare incandescente senza sacrificare un’architettura diplomatica costruita in decenni.
A Abuja, il Senato nigeriano ha reagito con durezza ancora maggiore. Durante una seduta convocata d’urgenza, il senatore Salihu Mustapha ha invocato la rottura di ogni relazione diplomatica, mentre Adams Oshiomhole ha proposto di appropriarsi dei profitti delle aziende sudafricane in Nigeria – da MTN a DStv – per risarcire le vittime. L’assemblea ha però scelto una strada più cauta, anche su impulso dell’ex leader del Senato Yahaya Abdullahi, che ha invitato a non isolare gli eventi: «C’è un tentativo coordinato di destabilizzare il governo sudafricano e di delegittimare l’ANC», ha detto, evocando lo spettro di un’agenda politica che mescola destra bianca e frange nere. Abdullahi, che in gioventù aveva sostenuto la lotta all’apartheid, ha ricordato i legami storici tra i due Paesi, ma ha anche lamentato il definanziamento delle missioni diplomatiche nigeriane, che indebolisce la capacità di proteggere i cittadini all’estero. La risoluzione finale ha chiesto garanzie scritte a Pretoria, l’arresto dei responsabili e un censimento dei nigeriani colpiti, rinviando a un meccanismo di allerta precoce da costruire in seno all’Unione Africana.
Per gli analisti sudafricani, la violenza xenofoba è il sintomo di un malessere che i numeri da soli non spiegano. Gli stranieri censiti sono 2,4 milioni in un Paese di 62 milioni di abitanti; anche aggiungendo gli irregolari si arriva al massimo a quattro milioni, in gran parte provenienti da Zimbabwe, Mozambico, Lesotho, Malawi, Nigeria e Somalia. Cifre troppo esigue per reggere l’accusa di essere all’origine di ogni male. Eppure, in un Sudafrica dove un adulto su tre è senza lavoro e tra i giovani sotto i venticinque anni la disoccupazione supera il cinquanta per cento, dove la ricchezza è distribuita in modo più diseguale che in qualunque altro Paese al mondo e la compagnia elettrica Eskom è al collasso da anni, il migrante diventa il capro espiatorio di uno Stato che fatica a garantire servizi e opportunità. Il presidente Ramaphosa ha condannato le violenze e ha ricordato che non è l’immigrazione la radice dei problemi, ma nello stesso discorso ha promesso espulsioni più rapide, più controlli e l’invio di tremila militari in ogni provincia fino a fine luglio. Una risposta che, osservano da Bruxelles e dalle capitali africane, mescola il rifiuto della caccia allo straniero con la tentazione di assecondare l’umore della piazza.
L’immagine che resta, oltre le note diplomatiche e i dibattiti parlamentari, è quella di un appuntamento fisso. La leader di March and March, Jacinta Ngobese Zuma, lo ha annunciato davanti a una folla: «Torneremo in strada ogni giovedì, fino a novembre, quando si voterà per le amministrative». Non più un ultimatum con una data di scadenza, ma un rituale settimanale che scandirà la campagna elettorale, decidendo ogni volta chi è di troppo e chi no. Un calendario di esclusione che, mentre i governi africani provano a ricucire, continua a scrivere la sua risposta sui muri.
| Stampa europea continentale | −0.50 | critical |
|---|---|---|
| Stampa africana subsahariana | −0.80 | critical |
L'Europa continentale denuncia la violenza xenofoba e dà voce alle vittime, criticando la deriva autoritaria.
Raccontando storie personali di migranti e sottolineando la paura settimanale, si crea empatia e si condanna implicitamente l'azione dei vigilantes.
Le reazioni diplomatiche dei paesi africani colpiti, come il rifiuto del Ghana di ricevere Ramaphosa e le evacuazioni di massa, non vengono menzionate.
L'Africa subsahariana accusa il Sudafrica di non proteggere i migranti e adotta misure diplomatiche concrete, come il rifiuto della visita di Stato e le evacuazioni.
Riportando le azioni ufficiali di Ghana e Nigeria, si trasforma la violenza xenofoba in una crisi interstatale, legittimando la risposta dei paesi colpiti.
Il dato che la maggior parte delle proteste (108 su 120) sono state pacifiche secondo la polizia sudafricana non viene riportato.
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