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Giustizia e Dirittomercoledì 24 giugno 2026

Un giudice federale blocca gli arresti nei tribunali dell’immigrazione su scala nazionale

La decisione invalida una tattica chiave dell’amministrazione Trump, mentre la Corte Suprema semplifica l’espulsione dei titolari di green card.

Un giudice distrettuale della California ha proibito martedì al governo federale di effettuare arresti all’interno dei tribunali dell’immigrazione, estendendo il divieto all’intero territorio degli Stati Uniti. Il provvedimento, firmato dal giudice Casey Pitts – nominato durante la presidenza Biden –, congela immediatamente una prassi introdotta all’inizio del secondo mandato di Donald Trump: agenti in borghese dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) prelevavano i migranti nei corridoi delle aule al termine delle udienze, spesso dopo che il governo stesso aveva chiesto l’archiviazione dei casi. Secondo la corte, l’inversione della politica precedente, che per decenni aveva escluso i fermi nei tribunali, è avvenuta «non per una decisione irragionevole, ma per una totale assenza di decisione», in violazione dell’Administrative Procedure Act del 1946.

Il Dipartimento della Sicurezza Interna, per voce del suo consigliere generale James Percival, ha reagito accusando il giudice di «attivismo giudiziario nudo al servizio di un’agenda anti-americana e di frontiere aperte». Nell’ottica dell’amministrazione, un migrante raggiunto da un ordine di espulsione dovrebbe essere preso in custodia al pari di un imputato condannato in un processo penale. La magistratura federale, tuttavia, ha rilevato che le agenzie governative non hanno fornito spiegazioni ragionate sugli effetti dissuasivi della presenza degli agenti, omettendo di valutare il cosiddetto chilling effect che allontana i migranti dalle udienze e compromette il regolare svolgimento dei procedimenti. La decisione fa seguito a una sentenza analoga emessa a maggio da un giudice di New York, che però limitava il divieto al solo distretto newyorkese; il nuovo pronunciamento ha portata nazionale e rappresenta il secondo arresto giudiziario per questa strategia.

La stretta sui fermi nei tribunali si inserisce in un quadro più ampio di scontro tra poteri. Nella stessa giornata, la Corte Suprema – con una maggioranza conservatrice di sei giudici contro tre – ha reso più agevole per gli agenti di frontiera revocare lo status di residente permanente (green card) a chi rientra nel Paese dopo un viaggio all’estero, abbassando l’onere della prova da «chiara e convincente» a semplice «ragione di ritenere» che la persona abbia commesso un reato. La decisione, redatta dal giudice Clarence Thomas nel caso Blanche contro Lau, è stata letta dalla dissenziente Ketanji Brown Jackson come un «assegno in bianco» consegnato all’esecutivo. Per gli analisti legali statunitensi, le due sentenze disegnano un percorso a due velocità: mentre le corti distrettuali pongono argini procedurali all’azione amministrativa, il massimo consesso giudiziario allarga i margini di discrezionalità del governo in materia di espulsioni.

Osservatori europei e organizzazioni per i diritti umani seguono con attenzione l’evolversi della politica migratoria americana, che ha già sperimentato deportazioni verso Paesi terzi, il ricorso a una legge del XVIII secolo e la sospensione delle cerimonie di naturalizzazione per cittadini di diciannove Stati. In sede europea, il dibattito sull’equilibrio tra sicurezza e garanzie processuali riecheggia nelle discussioni sul Patto migrazione e asilo, mentre Bruxelles monitora le ripercussioni che un irrigidimento unilaterale statunitense può avere sui flussi globali. L’amministrazione Trump ha annunciato che impugnerà la decisione sui tribunali dell’immigrazione; il dossier è dunque destinato a risalire la catena giudiziaria, con la possibilità che la Corte Suprema sia chiamata a pronunciarsi anche sulla legittimità degli arresti in aula.

Come la stessa storia è raccontata altrove.

2 gruppi editoriali · 3 lingue

56%
TonoTemperaturaFocusPosizionamentoOrizzonte
Stampa atlantica / anglosferaStampa latinoamericana
Stampa atlantica / anglosfera/ Progressista
ScetticismoSchadenfreude

La sentenza del giudice federale viene presentata come un duro colpo per l'amministrazione Trump, che annulla una politica che consentiva arresti per immigrazione nei tribunali in quanto arbitraria e priva di qualsiasi base ragionata. La decisione è descritta come una necessaria correzione giudiziaria, che ripristina protezioni di lunga data e mette in luce i fallimenti procedurali dell'amministrazione.

Stampa latinoamericana/ Bolivariana / progressista
TrionfoPragmatismo

La sentenza è celebrata come una vittoria che protegge i migranti in tutto il paese, ponendo fine agli arresti dell'ICE all'interno dei tribunali per l'immigrazione. Viene inquadrata come un ripristino della sicurezza e del giusto processo per le comunità immigrate, con la decisione del giudice vista come uno scudo contro l'applicazione arbitraria.

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Un giudice federale blocca gli arresti nei tribunali dell’immigrazione su scala nazionale

La decisione invalida una tattica chiave dell’amministrazione Trump, mentre la Corte Suprema semplifica l’espulsione dei titolari di green card.

Un giudice distrettuale della California ha proibito martedì al governo federale di effettuare arresti all’interno dei tribunali dell’immigrazione, estendendo il divieto all’intero territorio degli Stati Uniti. Il provvedimento, firmato dal giudice Casey Pitts – nominato durante la presidenza Biden –, congela immediatamente una prassi introdotta all’inizio del secondo mandato di Donald Trump: agenti in borghese dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) prelevavano i migranti nei corridoi delle aule al termine delle udienze, spesso dopo che il governo stesso aveva chiesto l’archiviazione dei casi. Secondo la corte, l’inversione della politica precedente, che per decenni aveva escluso i fermi nei tribunali, è avvenuta «non per una decisione irragionevole, ma per una totale assenza di decisione», in violazione dell’Administrative Procedure Act del 1946.

Il Dipartimento della Sicurezza Interna, per voce del suo consigliere generale James Percival, ha reagito accusando il giudice di «attivismo giudiziario nudo al servizio di un’agenda anti-americana e di frontiere aperte». Nell’ottica dell’amministrazione, un migrante raggiunto da un ordine di espulsione dovrebbe essere preso in custodia al pari di un imputato condannato in un processo penale. La magistratura federale, tuttavia, ha rilevato che le agenzie governative non hanno fornito spiegazioni ragionate sugli effetti dissuasivi della presenza degli agenti, omettendo di valutare il cosiddetto chilling effect che allontana i migranti dalle udienze e compromette il regolare svolgimento dei procedimenti. La decisione fa seguito a una sentenza analoga emessa a maggio da un giudice di New York, che però limitava il divieto al solo distretto newyorkese; il nuovo pronunciamento ha portata nazionale e rappresenta il secondo arresto giudiziario per questa strategia.

La stretta sui fermi nei tribunali si inserisce in un quadro più ampio di scontro tra poteri. Nella stessa giornata, la Corte Suprema – con una maggioranza conservatrice di sei giudici contro tre – ha reso più agevole per gli agenti di frontiera revocare lo status di residente permanente (green card) a chi rientra nel Paese dopo un viaggio all’estero, abbassando l’onere della prova da «chiara e convincente» a semplice «ragione di ritenere» che la persona abbia commesso un reato. La decisione, redatta dal giudice Clarence Thomas nel caso Blanche contro Lau, è stata letta dalla dissenziente Ketanji Brown Jackson come un «assegno in bianco» consegnato all’esecutivo. Per gli analisti legali statunitensi, le due sentenze disegnano un percorso a due velocità: mentre le corti distrettuali pongono argini procedurali all’azione amministrativa, il massimo consesso giudiziario allarga i margini di discrezionalità del governo in materia di espulsioni.

Osservatori europei e organizzazioni per i diritti umani seguono con attenzione l’evolversi della politica migratoria americana, che ha già sperimentato deportazioni verso Paesi terzi, il ricorso a una legge del XVIII secolo e la sospensione delle cerimonie di naturalizzazione per cittadini di diciannove Stati. In sede europea, il dibattito sull’equilibrio tra sicurezza e garanzie processuali riecheggia nelle discussioni sul Patto migrazione e asilo, mentre Bruxelles monitora le ripercussioni che un irrigidimento unilaterale statunitense può avere sui flussi globali. L’amministrazione Trump ha annunciato che impugnerà la decisione sui tribunali dell’immigrazione; il dossier è dunque destinato a risalire la catena giudiziaria, con la possibilità che la Corte Suprema sia chiamata a pronunciarsi anche sulla legittimità degli arresti in aula.

Divergenza delle fonti

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56%Alta

Quanto le fonti raccontano gli stessi fatti in modo diverso.

Come si dividono

Favorevole20%
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Critico60%

Come la stessa storia è raccontata altrove.

2 gruppi editoriali · 3 lingue

TonoTemperaturaFocusPosizionamentoOrizzonte
Stampa atlantica / anglosferaStampa latinoamericana
Stampa atlantica / anglosfera/ Progressista
ScetticismoSchadenfreude

La sentenza del giudice federale viene presentata come un duro colpo per l'amministrazione Trump, che annulla una politica che consentiva arresti per immigrazione nei tribunali in quanto arbitraria e priva di qualsiasi base ragionata. La decisione è descritta come una necessaria correzione giudiziaria, che ripristina protezioni di lunga data e mette in luce i fallimenti procedurali dell'amministrazione.

Stampa latinoamericana/ Bolivariana / progressista
TrionfoPragmatismo

La sentenza è celebrata come una vittoria che protegge i migranti in tutto il paese, ponendo fine agli arresti dell'ICE all'interno dei tribunali per l'immigrazione. Viene inquadrata come un ripristino della sicurezza e del giusto processo per le comunità immigrate, con la decisione del giudice vista come uno scudo contro l'applicazione arbitraria.

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