
Stoccolma e Sydney congelano i tassi, ma le traiettorie divergono
La Riksbank svedese e la Reserve Bank australiana mantengono invariato il costo del denaro, spinte da dinamiche opposte: timori di un’inflazione in risalita al Nord, attesa di un raffreddamento al Sud.
Due banche centrali agli antipodi del mondo, la svedese Riksbank e l’australiana Reserve Bank, hanno scelto la stessa linea: tassi fermi. Ma dietro l’apparente sincronia si celano logiche e prospettive radicalmente diverse, che riflettono le asimmetrie di una ripresa globale ancora fragile. Stoccolma ha lasciato il suo tasso di riferimento all’1,75 per cento, uno dei più bassi d’Europa dopo la Svizzera, mentre Sydney ha mantenuto il cash rate al 4,35 per cento dopo tre rialzi consecutivi. Due economie, due diagnosi: la Svezia teme che l’inflazione, seppur moderata, stia riaccelerando troppo in fretta; l’Australia lotta contro un carovita ancora elevato e una crescita che stenta a rallentare quanto basta.
Nel caso scandinavo, la pausa è carica di avvertimenti. Secondo gli analisti di Bruxelles, la Riksbank si trova in una posizione scomoda: l’inflazione svedese resta la seconda più bassa del continente, ma la sua recente impennata rischia di erodere il vantaggio competitivo di un’economia già provata da debolezza congiunturale e alta disoccupazione. L’istituto di ricerca governativo Konjunkturinstitutet prevede che la banca centrale dovrà invertire la rotta e avviare una serie di rialzi già nell’autunno del 2026 o al più tardi all’inizio del 2027. Per l’Italia e l’Eurozona, dove la Bce ha seguito un sentiero di allentamento più deciso, la vicenda svedese funge da monito: un’inflazione che riparte può costringere a brusche correzioni anche in presenza di un’economia debole, mettendo a rischio la stabilità dei mutui e la fiducia delle famiglie.
Dall’altra parte del globo, la Reserve Bank of Australia ha adottato un tono dichiaratamente «hawkish»: il governatore Michele Bullock ha ribadito che la banca è pronta a fare «tutto ciò che ritiene necessario», incluso un nuovo giro di vite, se l’inflazione non convergerà verso l’obiettivo. Eppure i mercati obbligazionari e valutari, come notano gli operatori di Sydney, hanno iniziato a scommettere su uno scenario diverso. Dopo la conferenza stampa, la probabilità di un ulteriore rialzo entro fine anno è scesa dal 62 al 50 per cento, mentre è emersa una chance del 20 per cento di un taglio dei tassi verso la fine del 2027. Il settore immobiliare di Canberra, intanto, respira: gli acquirenti, in maggioranza proprietari-occupanti, tendono a congelare le decisioni durante i cicli di rialzi e a tornare sul mercato proprio quando i tassi si stabilizzano, creando una domanda repressa che potrebbe sostenere i prezzi.
La vera incognita, per entrambe le sponde, è la traiettoria dell’inflazione in un mondo ancora esposto a shock geopolitici. L’apparente cessazione del conflitto in Iran, osservano gli analisti australiani, dovrebbe impedire un aggravamento dei prezzi energetici entro la fine dell’anno, ma molte pressioni sui costi sono già incorporate nelle catene di fornitura e nelle strategie di prezzo delle imprese. La Rba lo ammette esplicitamente: ci sono segnali che aziende sotto stress stanno trasferendo i maggiori costi sui listini, e altre si preparano a farlo. In questo «wait and see» forzato, Stoccolma e Sydney incarnano la stessa prudenza che pervade Francoforte e Washington: il ciclo di allentamento globale non è affatto scontato, e il 2027 potrebbe riservare più di una sorpresa ai mutuatari di tutto l’Occidente.
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La decisione della banca centrale australiana di mantenere i tassi fermi è accolta con scetticismo: i commentatori sostengono che serviva coraggio per domare un'inflazione ancora troppo alta. La pausa offre un sollievo temporaneo ai mutuatari, ma il messaggio di fondo avverte che ulteriori strette potrebbero essere necessarie, e la cautela della banca rischia di aggravare il rallentamento economico e il malcontento politico.
La banca centrale svedese si appresta a lasciare il tasso di riferimento all'1,75%, beneficiando di una delle inflazioni più basse d'Europa. Tuttavia, il recente rialzo delle pressioni sui prezzi offusca le prospettive e solleva il rischio di un aumento dei tassi proprio durante la delicata campagna elettorale, aggiungendo attriti politici alla politica monetaria.
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